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1 Sant' Aredio di Limoges -
Limoges (Francia), VI secolo – Attane (Limoges), 25 agosto 591
Martirologio Romano: Ad Attane nel territorio di Limoges in Francia, Sant’Aredio, abate, che scrisse per il cenobio da lui fondato una saggia regola attinta dai precetti di vari istituti di vita monastica.
Quello che più meraviglia è che Sant’ Aredio è conosciuto con uno stuolo di nomi: Aredio, Aridio, Arigio; in francese è Yrièr, Yrieix, Héray, Ieairie, Séries.
Il Santo abate nacque a Limoges (Francia centrale) in un anno del primo quarto del VI secolo, dai nobili genitori Giocondo e Pelagia e fu educato dall’abate di Vigeois, Sebastiano.
Della sua vita da giovane, si sa che fu inviato presso la corte del re di Austrasia, Teodeberto I († 547), a Treviri in Germania, dove fu cancelliere; qui fu notato dal vescovo Nicezio del quale divenne discepolo e quindi decise di darsi alla vita ecclesiastica, ricevendo la tonsura.
Alla morte del padre, rientrò a Limoges, dove devolse la sua eredità e rendite, alla fondazione di chiese e per la ricerca di reliquie di martiri e santi. Poi Aredio raggruppò alcuni discepoli nel monastero di Attone (Haute-
Affidò l’amministrazione del monastero alla madre Pelagia, e poté così dedicarsi alla predicazione e all’apostolato nella provincia; fondò nuovi monasteri e andò in pellegrinaggio, sempre a piedi, alle tombe dei santi, specie a quella di San Martino di Tours.
Il vescovo storico Gregorio di Tours ha lasciato scritti molto particolari riguardo queste visite, che divennero celebri per i vari interventi miracolosi, che si verificarono contemporaneamente.
Per il fatto di non essere sempre relegato fra le mura del monastero e di avere molte relazioni esterne, ebbe contatti con s. Radegonda fondatrice del monastero di S. Croce a Poitiers; fu stretto amico del poeta Fortunato († 576); partecipò ad una missione diplomatica presso il re d’Austrasia, Gontrano Bosòne († 587).
Morì nel suo monastero di Attane il 25 agosto 591.
Le notizie sulla sua opera ci sono pervenute dallo storico Gregorio di Tours (538-
2 Sant' Ebba di Coldingham -
m. 683
La Santa Ebba oggi in questione è soprannominata “la vecchia” al fine di non confonderla con una sua omonima, che come lei fu badessa di Coldingham e fu uccisa dai danesi nell’870, della “la giovane”. Sorella del re di Northumbria Sant’Osvaldo e di Oswy, Ebba “la Vecchia” fuggì in Scozia nel 616 alla morte di suo padre Etelfrith. Oswy tentò allora di combinarne il matrimonio con il sovrano di quel paese, ma lei preferì l’abito religioso. A suo fratello non restò che donarle un terreno, ove ella poté così edificare il monastero di Ebbchester. Trasferitasi poi a Coldingham vi fondò un doppio monastero sul modello di quello di Santa Ilda presso Whitby. Il promontorio su cui sorgeva è tutt’oggi noto come Capo Santa Ebba. Qui la santa non poté che guadagnarsi la fama di donna straordinariamente saggia, anche se dal punto di vista pratico non fu una badessa debitamente efficiente, sia a causa dell’età avanzata che del parecchio tempo trascorso in preghiera. Dopo la morte di Ebba il monastero fu colpito da un grande incendio, a detta dello storico San Beda il Venerabile causato anche dalla distrazione e dalla frivolezza dei suoi abitanti, fattore a sua volta imputabile allo scarso potere esercitato da chi di dovere. Ciò costituisce evidentemente una chiara allusione alla defunta badessa. L’avverarsi dell’incendio profetizzato comportò la scomparsa di tutte le possibili testimonianze relative al primitivo culto di Santa Ebba, anche se i testi riportati dall’Aberdeen Breviari ed i calendari di Durham e Winchcombe sembrano rivelarne un culto abbastanza tardo. Le reliquie della Santa vennero rinvenute nell’XI secolo, furono ripartite tra Durham e Coldingham e conseguentemente la sua fama di propagò nei territori di confine tra Scozia ed Inghilterra. Ad Oxford una strada ed una importante chiesa portano ancor oggi il nome di Santa Ebba. (Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
3 Sant' Edberto (Egberto) -
+ 20 agosto 768
Dopo aver regnato dal 737 al 758, abdicò e si fece religioso nel monasterodi suo fratello, l’arcivescovo di York, Egberto.
Morì il 20 agosto 768.
Il Martirologio di Syon ne fa memoria il 25 agosto dello stesso mese, accennando anche ad una festa a York, dove però non si conserva alcuna traccia di culto.
Dal Martyrologium Anglicanum di Wilson e dal Menologio di Stanton è commemorato il giorno della morte con la qualifica di Santo.
(Autore: Alfonso M. Zimmermann – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
4 Sant' Erminia (Ermina) Venerata a Reims (25 agosto)
Etimologia: Erminia = armena, dal latino
Secondo la Vita, scritta da Radulfo, vice priore di un monastero presso Reims, Erminia era povera di danaro, ma ricca di pazienza e di umiltà. Trasferitasi a Reims dalla Piccardia, piacque a Dio ed ebbe diverse visioni, narrate nei quattro libri della Vita. Morì il 25 agosto 1396. Sarebbe stata sepolta nella navata della chiesa di S. Paolo, dove si trova al presente il coro dellc monache, sotto una pietra bianca portante la sua immagine e una breve iscrizione. Una relazione delle visioni di Erminia fu inviata da Giovanni Morelli a Parigi, dove fu esaminata da Pietro d'Ailly, superiore del collegio di Navarra, e dal Gerson. Costui avrebbe concluso che il culto di Erminia doveva essere diffuso. La sua festa è ricordata il 25 agosto. (Autore: Gilbert Bataille -
5 Sant' Eusebio di Roma -
Martirologio Romano: A Roma, al sesto miglio della via Aurelia, deposizione dei santi Eusebio, Ponziano, Vincenzo e Pellegrino, martiri.
Santi Eusebio, Ponziano, Vincenzo e Pellegrino, martiri a Roma.
La loro passio, pervenutaci in varie redazioni, racconta che vissero al tempo dell’imperatore Commodo (180-
Vitellio li fece arrestare e li sottopose ai supplizi del cavalletto, dello stiramento dei piedi, della bastonatura e del fuoco ai fianchi. Un angelo scese a medicare le loro orrende ferite. Lo vide Antonio (o Antonino), uno dei carnefici; si converti e poco dopo suggellò col sangue la sua fede recente. Eusebio ebbe la lingua strappata dalle radici, eppure continuò a parlare e, messo di nuovo in carcere insieme coi compagni, continuò la predicazione e i miracoli, cosi che si convertì il sacerdote pagano Lupolo e, seguendo il suo esempio, lo stesso carceriere. Vitellio, allora, ricevuti ordini dall’imperatore, comandò fossero uccisi dai colpi di una sferza munita di pallottole di piombo. Era il 25 agosto. Il prete Rufino ne raccolse i corpi e li seppelli in una cripta tra la via Aurelia e quella Trionfale, al sesto miglio da Roma.
Già il Tillemont aveva messo in dubbio il valore storico di questo racconto; lo difese invece il bollandista Stilting negli Acta Sanctorum Augusti mentre i recenti Bollandisti nel Commento al Martirologio Romano, giudicano fittizia la passio, ma accettano quel che dice a proposito della data e del luogo di deposizione dei quattro martiri. Fu Adone ad introdurre questi nomi nel suo Martirologio riassumendo il racconto della passio. Il suo elogio, compendiato da Usuardo, passò tale e quale nel Martirologio Romano, al 25 agosto.
Una lapide della basilica di S. Lorenzo in Lucina ricorda che, in occasione della consacrazione di quella basilica da parte del papa Celestino III, il 26 maggio 1196, furono poste nell’altare maggiore, insieme con molte altre, anche le reliquie “Pontiani, Eusebi, Vincenti et Peregrini”. Invece Adone, nella seconda edizione del suo Martirologio, aggiunse all’elogio dei quattro martiri, la notizia che nell’865 “largitione pape Nicolai membra” (reliquie?) dei santi Eusebio e Ponziano vennero portate a Vézelay e a Pothières “in monasteriis sancto apostolo Petro voto religioso collatis”, ove erano venerate. Della traslazione resta un’ampia relazione. Anche la città di Lucca si vanta di possedere nella chiesa monasteriale di S. Ponziano il corpo del martire romano titolare e ne celebra la festa il 25 agosto. Vi sarebbe stato portato nel sec. X: probabilmente anche qui si tratta soltanto di reliquie. (Autore: Ireneo Daniele -
6 San Genesio di Arles -
Patronato: Attori
Etimologia: Genesio = genitore, generato, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Ad Arles nella Provenza in Francia, san Genesio, martire, che, ancora catecumeno, lavorando come cancelliere, si rifiutò di operare contro i cristiani e, cercato allora scampo nella fuga, fu catturato dai soldati e battezzato nel suo stesso sangue.
La recensione piú antica degli Atti racconta che Genesio, "Grelatensis urbis indigena" è entrato giovanissimo nella milizia, vi ebbe l'ufficio di notarius o stenagrafo. Allo scoppio della persecuzione abbandonò improvvisamente il suo ufficio e fuggí, nascondendosi però ai persecutori. Essendo catecumeno chiese il Battesimo, ma il vescovo non poté conferirglielo. Nella fuga fu sorpreso dai persecutori. presso il Rodano: egli allora attraversò il fiume ma, sull'altra sponda, fu catturato ed ucciso. I fedeli conservarono la memoria del luogo dove il martire mori, lasciandovi cruoris vestigia e trasportarono all'altra sponda i suoi resti. Secondo la testimonianza di qualche manoscritto questa passio fu composta "a s. memorie Paulino episcopo". Nel passato fu creduto che egli potesse identificarsi con il vescovo di Nola (m. 431), come ritenne il Ruinart (p. 602), o col vescovo di Béziersca. 400-
In ogni caso si deve accettare la testimonianza dell'agiografo, che dichiara di aver messo per iscritto la tradizione orale e di averla riprodotta con fedeltà ("haec omnia fidelitet atque ut gesta sunt, vel dicta vel comperta... agno scite").
Il racconto, infatti, povero di notizie, sembra averci conservato quella tradizione, giunta inalterata nelle grandi linee fino al sec. V.
Due testimonianze letterarie di rilievo si riferiscono al culto del martire di Arles: di Prudenzio e di Venanzio Fortunato Sebbene semplici menzioni del martire, i due passi, ricollocati nel contesto, presentano Genesio come il santo proprio della città di Arles: a somiglianza delle altre città di Gallia e di Spagna, recanti a Cristo il dono dei loro martiri, Arles offre, come suo, Genesio: Una serie di sarcofagi cristiani di Arles, tutti del sec. IV, raffigurano, all'angolo delle estremità teste imberbi. Secondo un'ipotesi del De Rossi e di Le Blant esse non sarebbero genericamente decorative, ma si riferirebbero al Genesio, con evidente allusione alla sua giovane età. Insieme con altre testimonianze, si ha notizia di pellegrinaggi alla tomba del santo, visitata da s. Apollinare di Valenza e di miracoli ivi operati. La diffusione del suo culto in altre città della Gallia e di fuori ha dato motivo a "localizzazioni" e a successivi "sdoppiamenti" della figura di Genesio. Si conoscono gli omonimi seguenti: Genesio di Alvernia (iuxta Tigernense castellum); Genesio di Béziers; Genesio di Roma, mimo.
Per taluni di questi possiamo esser sicuri o quasi, che si tratta del medesimo santo di Aries. Tale è il caso di Genesio Sciarensis: nel sec. XV si stabilí un convento minoritico presso Cartagine, che prese nome di "San Ginés de la Xara" per il preesistente culto del martire di Arles. Altrettanto può dirsi di Genesio di Cordova, commemorato nel tardo Martyr. Hispanum dell'erudito Giov. Tamajo de Salazar: esso infatti proveniva dall'antico Breviario Mozarabico che conteneva anche un inno in onore di Genesio di Arles. Crediamo che qualcosa di somigliante sia pure avvenuto per Genesio di Alvernia, perché Gregorio di Tours racconta che il vescovo Avito costruí una basilica magna sulla tomba di Genesio, martire del luogo, dove si trovavano però anche le reliquie di Genesio di Arles. Si può credere che proprio queste reliquie abbiano creato l'opinione che Genesio fosse un santo del luogo, come è avvenuto in molti casi. Riteniamo ancora che Genesio di Béziers non sia altro che quello di Arles.
Il fenomeno dello sviluppo del culto di un martire, che si trasforma in figure distinte di omonimi, con propria storia e fisionomia, trova una ulteriore significativa conferma, per Genesio di Arles, nella vicenda di Genesio il mimo, di Roma. (Autore: Serafino Prete -
7 San Genesio di Brescello (25 agosto)
Etimologia: Genesio = genitore, generato, dal greco
Venerato a Brescello (Reggio Emilia), come vescovo di quell'antica diocesi, sarebbe vissuto tra la fine del IV e gli inizi del V sec., piú o meno contemporaneamente ai grandi vescovi santi delle altre diocesi dell'Emilia occidentale, Savino di Piacenza, Prospero di Reggio, Geminiano di Modena.
Ma nel caso di Genesio tutti i dati derivano da un testo assai sospetto, la Revelatio beati Genesii episcopi, legata alle vicende che determinarono la ricostruzione dell'antica città vescovile, distrutta nel VI sec. durante la guerra gotica.
Quando nella seconda metà del X sec. il fondatore della dinastia canossiana, Adalberto Azzo, iniziando la costruzione del castello di Brescello riportò a nuova vita l'antica città, fu naturale rifarsi alle glorie episcopali di un tempo.
La Revelatio, composta appunto in quegli anni, intende narrare le fasi di una inventio fatta durante la ricostruzione: il ritrovamento miracoloso del corpo di un dimenticato santo brescellese, la cui santità sarebbe stata dimostrata dai miracoli che precedettero ed accompagnarono l'invenzione, e la cui identità sarebbe stata svelata dall'iscrizione apparsa sulla tomba:
HIC TITUBUS EST VENERABIBIS GENESII
HUIUS BRIXEBEENSIS URBIS EPISCOPI.
Ma troppo sospetto è l'andamento della Revelatio, che non si discosta dai luoghi comuni di mille inventiones di quegli anni, né l'iscrizione può essere antica. Di un Genesio vescovo di Brescello non sappiamo altrimenti nulla, né tanto meno consta un suo culto, antecedente all'inventio. È del resto significativo che i brescellesi siano dovuti ricorrere per il dies natalis al giorno della festa del martire Genesio, il 25 agosto.
Anche l'iscrizione della lamina plumbea già nella chiesa di Brescello, poi -
Una grande abbazia benedettina, consacrata a Genesio, sorse comunque allora e fu largamente dotata da Adalberto Azzo e dai suoi successori.
Già nel secolo seguente era fiorente e nel 1099 nuove elargizioni in suo favore compì la contessa Matilde in un diploma che ricorda le benevolenze dei suoi avi per la chiesa di S. Genesio.
Nel 1106 Pasquale II assicurò alla fondazione la piú larga immunità con un privilegio che si richiama, nella narratio, alla stessa Revelatio b. Genesii.
Ma nonostante le altissime protezioni e le amplissime elargizioni concesse all'abbazia, il culto per il presunto vescovo di Brescello non ebbe grande fortuna oltre i limiti del territorio brescellese.
Nella cittadina emiliana, però, ancora oggi Genesio è venerato come patrono, e le reliquie scoperte nel sec. X vi sono ancora conservate in una cappella della chiesa parrocchiale. (Autore: Raffaello Volpini -
8 San Genesio di Roma -
Etimologia: Genesio = genitore, generato, dal greco
Emblema: Palma
Quando l'imperatore Diocleziano venne a Roma, fu accolto con la più grande magnificenza. Fra le feste, si diedero pure delle rappresentazioni teatrali, in sua presenza. Uno dei comici principali, Genesio, volle mettere in burla le cerimonie del Battesimo dei Cristiani. Era sicuro di far ridere gli spettatori.
Postosi dunque a letto sul palcoscenico si finse ammalato e si cominciò questo dialogo.
– Ah, miei amici, io sento sopra di me un grave peso, e vorrei ben essere liberato!
– Che faremo per toglierti questo peso?
– Quanto siete mai privi di intendimento! Io sono risoluto di morire cristiano affinché Iddio mi riceva nel suo regno, come quelli che, per assicurare la loro salvezza, hanno rinunziato all'idolatria e alla superstizione.
Allora si chiamarono due attori, uno dei quali rappresentava il prete e l'altro l'esorcista. Venuti al capezzale dell'ammalato gli dissero:
– Perché, figlio, ci fai qui venire?
– Perché desidero ricevere la grazia di Gesù Cristo, e di essere rigenerato, onde potermi liberare dai miei peccati.
Genesio venne allora battezzato e rivestito di una veste bianca come solevano fare i Cristiani: e ciò gli attori lo facevano sempre per burla. Intanto continuando la scena, sopravvennero altri attori vestiti da soldati, i quali si impadronirono di Genesio e lo presentarono all'imperatore per essere interrogato nella stessa maniera con cui s'interrogavano i Cristiani. Fin qui si era creduto che fosse una farsa come era stato nell'intenzione di tutti, ma ben presto imperatore, attori e spettatori conobbero che per Genesio non era più una commedia.
Difatti il comico, rivoltosi improvvisamente al popolo che rideva gustosamente, e con tutta naturalezza e serietà disse:
– Signori e voi tutti che siete qui presenti, ascoltate ciò ch'io sto per dire. Io non ho mai udito pronunziare il nome cristiano senza inorridire e detestare anche quei miei parenti che professavano questa religione. Mi sono istruito nei misteri e nei riti del Cristianesimo unicamente per dileggiarli e per farli disprezzare dagli altri; ma in questo istante tosto che l'acqua ebbe lavato il mio capo ed ebbi risposto ch'io credeva a tutte quelle cose su cui venivo interrogato, ho veduto sopra il mio capo una schiera di Angeli splendenti di luce che leggevano in un libro tutti i peccati da me commessi fin dalla fanciullezza; indi immerso questo libro nell'acqua in cui io ero pure immerso, me lo mostrarono più bianco della neve e senza alcuna traccia di scrittura. Voi dunque, o possente imperatore, voi dunque, o romani che mi ascoltate, voi tutti che vi beffavate con me dei misteri del Cristianesimo, credetemi: Gesù Cristo è il vero Dio, che è la luce e la verità, e che da lui solo potete ottenere il perdono dei vostri peccati.
Udendo queste parole, tutti gli spettatori trasecolarono. Diocleziano, credendosi burlato, lo fece flagellare e lo consegnò al prefetto Plauziano.
Genesio disteso sul cavalletto ebbe rotte le costole e da ultimo fu decapitato. In queste sofferenze il martire andava ripetendo: “Non vi è altro Dio all'infuori di quello che io ebbi la fortuna di conoscere. Io non adoro né servo altro che a lui: a lui solo starò sempre unito, dovessi anche soffrire mille morti”. (Autore: Antonio Galuzzi -
9 San Geronzio -
Martirologio Romano: A Santiponce vicino a Siviglia nell’Andalusia in Spagna, San Geronzio, vescovo, che si narra sia morto in carcere.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
10 Santi Giulio e Ermete (25 agosto)
I fedeli della Diocesi Nomentana ed in particolare quelli della città sabina di Eretum veneravano anticamente anche i Santi Giulio ed Ermete.
Pochissime sono le notizie che abbiamo di questi 2 martiri. Esse ci vengono date unicamente dal M. Geronimiano nei suoi tre codici Bernese, Epternacense e Wissemburgense. Nel codice Bernese al 25 agosto c’è scritto: “In cimiterio eiusdem Via Nomentana, milliario XVIII…Romae, Natalis S.ti Genesii martir. Iulii Hermetis”.
La citazione è dunque divisa in due parti: la prima riporta l’indicazione topografica ma è priva di nomi, la seconda invece riporta i nomi dei santi, confusi. Corrispondentemente, negli altri due codici c’è scritto: “E Romae, S.ti Genisi -
Dal confronto dei tre documenti del Geronimiano appare subito evidente la confusione dei nomi. Infatti il codice Wissemburghense, nel giorno seguente (26 agosto), assegna San Genesio ad Arles. Il Genesio Romano ed il Genesio Arlesiano sono la stessa persona e cioè il martire della Gallia che ebbe culto anche a Roma, come anche nel resto d’Italia.
Pertanto, Giulio ed Ermete, da non confondersi con altri Santi omonimi, rimangono per Roma ed il codice Bernese, così purificato, può essere così ricostituito: “Romae, in cimiterio Via Nomentana, milliario XVIII, Natalis Iulii et Hermetis” (I. Schuster, Boll. Diocesano uffic. per la Sabina, anno 1917, pag. 191).
Il miglio XVIII è vicinissimo a Eretum ed alla tomba di San Restituto. Molto probabilmente dunque la sepoltura di Giulio ed Ermete si trovava nello stesso posto dove troverà riposo la salma di San Restituto.
Le ossa di Giulio ed Ermete dovettero ben presto essere disperse, per cui venne anche a mancare per loro quella commemorazione liturgica che allora era strettamente sepolcrale. Se così non fosse, non potremo spiegarci mai come in una medesima Basilica sepolcrale si sarebbe sviluppato in maniera rilevante il culto di San Restituto, mentre sui due martiri grava il silenzio più assoluto. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
11 San Giuseppe Calasanzio -
Peralta del Sal, Aragona (Spagna), 31 luglio 1558 -
Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l'obiettivo di dare un'istruzione ai più poveri e combattere così l'analfabetismo, l'ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi». Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all'educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s'impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l'ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l'ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi. (Avvenire)
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: San Giuseppe Calasanzio, sacerdote, che istituì scuole popolari per la formazione dei bambini e dei giovani nell’amore e nella sapienza del Vangelo, fondando a Roma l’Ordine dei Chierici regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie.
A Peralta del Sal, in Aragona, si pensa che José de Calasanz sarà presto “canonigo”. O chissà, vescovo. E’ prete dal 1583, dopo ottimi studi, con l’aiuto dei facoltosi genitori, ed è assai stimato dai vescovi, che gli danno incarichi d’importanza: tra essi, nel 1592, quello di andare a Roma per certe pratiche con la Santa Sede. Ma è un viaggio di sola andata. Giuseppe Calasanzio (come lo chiamano a Roma) durante l’iter delle pratiche fa catechesi e assistenza nei rioni popolari, scoprendo un universo giovanile di miseria e di ignoranza, con la criminalità conseguente. Il Concilio di Trento ha fatto nascere molte scuole festive di catechismo, a cura di parrocchie e confraternite; si fa già molto, rispetto a prima. Ma in lui matura un progetto completamente nuovo: salvare i giovani realizzandoli, con l’insegnamento della fede e della morale insieme a quello delle scienze umane, in scuole quotidiane e gratuite, con programmi graduati, classi successive, esami. Non è un progetto da lui studiato: ne realizza il modello novità dopo novità, mentre insegna nella scuola fondata dal parroco di Santa Dorotea in Trastevere, e trasformata via via da lui nella prima vera scuola popolare d’Europa (1597).
Si trova fondatore quasi senza averlo voluto, con scolari che si affollano e per i quali trova nuove sedi. Per risolvere il problema capitale degli insegnanti, con l’approvazione di papa Paolo V, fonda nel 1617 la “Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie”, formata da sacerdoti ed educatori, votati alla formazione cristiana e civile dei giovani mediante la scuola. (Sono i Padri Scolopi, che nel XX secolo saranno diffusi in oltre 20 Paesi di 4 continenti).
Nel 1622 Gregorio XV costituisce gli Scolopi in Ordine Regolare con voti solenni e riconosciuta autorità, che favorisce la loro espansione in Italia e in Europa. Una crescita forse troppo impetuosa, non esente da imperfezioni, come ogni iniziativa nuova.
A questo punto, ecco un’esperienza terribile per il Fondatore: veder morire la sua opera. E non per mano di nemici della fede: sono uomini di Chiesa, sono anche uomini suoi, quelli che lanciano durissime accuse all’opera e a lui. Denunciato al Sant’Uffizio, spogliato della sua autorità, vede l’Ordine declassato a semplice Congregazione senza voti, abbandonata da molti dei suoi figli spirituali. Lui fa coraggio ai pochi rimasti: "L’Ordine risorgerà!". Lo ripete fino alla morte, che lo coglie a 90 anni.
Sant’Uffizio o no, i romani lo tengono per santo e vogliono che cominci al più presto la causa canonica. E Giuseppe sarà canonizzato: nel 1767, da Clemente XIII. Un po’ tardi. Ma già da cento anni l’Ordine è risorto, come lui aveva previsto. Nel 1948, Pio XII lo proclamerà anche “Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo”. (Autore: Domenico Agasso -
12 San Gregorio di Utrecht -
Discepolo e ausiliare di San Bonifacio nell'apostolato di Hessen e Turingia in Germania. Questo stesso santo, come Legato Pontificio, lo designò abate nel monastero di San Martino e Vescovo di Utrecht,
Martirologio Romano: A Utrecht in Austrasia, nel territorio dell’odierna Olanda, san Gregorio, abate, che, ancora adolescente, seguì fin da subito san Bonifacio nel suo cammino per la conversione dell’Assia e della Turingia e, proprio su suo mandato, resse poi come abate il monastero di San Martino e governò la Chiesa di Utrecht. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
13 San Ludovico (Luigi IX) -
Poissy, Francia, 25 aprile 1214 -
Luigi IX, sovrano di Francia, nacque il 25 aprile 1214 in Poissy. Incoronato re di Francia, Luigi si assunse il compito, davanti a Dio e agli uomini, di diffondere il Vangelo. Nell'anno 1244 fu sorpreso da una fortissima febbre. Guarito, volle di persona guidare una crociata per la liberazione della Terra Santa. Sbarcato in Egitto, presso la città di Damietta, attaccò con successo i Saraceni. Ma una terribile pestilenza decimò l'esercito crociato, colpendo lo stesso re. Assalito nuovamente dai Turchi, venne sconfitto e fatto prigioniero. Dopo essere stato rilasciato, proseguì come pellegrino per la Terra Santa, dove compì numerose opere di bene. Tornato in Francia, governò con giustizia e cristiana pietà, fondando la Sorbona e preparando una nuova crociata. Ma a Tunisi una nuova epidemia colpì l'esercito. Luigi IX, sentendosi morire, si fece adagiare con le braccia incrociate sopra un letto coperto di cenere e cilicio, dove spirò. Era il 25 agosto del 1270. (Avvenire)
Patronato: Re, Ordine Francescano Secolare
Etimologia: Ludovico = variante di Clodoveo
Emblema: Corona, Globo
Martirologio Romano: San Luigi IX, re di Francia, che la fede attiva sia in tempo di pace sia nel corso delle guerre intraprese per la difesa dei cristiani, la giustizia nel governo, l’amore verso i poveri e la costanza nelle avversità resero celebre. Unitosi in matrimonio, ebbe undici figli che educò ottimamente e nella pietà. Per onorare la croce, la corona di spine e il sepolcro del Signore impegnò mezzi, forze e la vita stessa. Morì presso Tunisi sulla costa dell’Africa settentrionale colpito dalla peste nel suo accampamento.
Il re santo
Luigi, secondo figlio conosciuto di Luigi, figlio primogenito ed erede del re di Francia Filippo II Augusto, e della moglie di Luigi, Bianca di Castiglia, nasce molto probabilmente nel 1214 a Poissy il 25 del mese di aprile. Ed ecco che già da questa semplice nota biografica possiamo cogliere un indizio della personalità del futuro santo, egli, infatti, amava farsi chiamare “Luigi di Poissy”, non tanto perché era abitudine dei grandi personaggi dell’epoca aggiungere al proprio nome il luogo di nascita, ma perché, da buon cristiano, riteneva che la sua vera nascita fosse avvenuta il giorno del suo Battesimo a Poissy.
Se l’anno di nascita non fu ritenuto dai biografi contemporanei degno di particolare nota, lo fu, invece, il giorno come attesta il carissimo amico di san Luigi, Joinville, in piena conformità con l’abitudine medievale di ricavare presagi per la vita dalle caratteristiche del giorno della nascita di una persona: “Secondo che gli ho inteso dire, nacque egli il giorno di San Marco Evangelista, dopo la Pasqua. In questo giorno si portano croci in processione in molti luoghi e in Francia sono chiamate croci nere. E ciò fu quasi una profezia della gran copia di persone che morirono in quelle due crociate, cioè in quella d’Egitto e nell’altra in cui egli stesso morì a Cartagine; chè molti grandi lutti vi furono in questo mondo, e molte grandi gioie vi sono ora in paradiso, per coloro che in quei due pellegrinaggi morirono da veri crociati” (Joinville, Histoire de Saint Louis).
Nonostante Luigi, a soli quattro anni, sia divenuto erede al trono subentrando alla morte del fratello maggiore Filippo, non ci sono notizie di lui fino almeno al 1226; certamente è stato educato in modo particolarmente accurato inizialmente da parte della madre e poi, in età militare, dal padre (secondo la massima enunciata da Giovanni di Salisbury nel suo Policraticus: “Rex illitteratus quasi asinus coronatus” cioè: un re illetterato non è che un asino coronato). È certo anche che di una parte considerevole della sua educazione si sia occupato il nonno Filippo Augusto, il quale, dopo la prestigiosa vittoria di Bouvines, si era ritirato dalla pratica dell’arte della guerra. Luigi può, quindi, fregiarsi anche di un piccolo primato: quello di essere il primo re di Francia ad aver conosciuto il proprio nonno, cosa che avrà un alto valore per il senso dinastico del futuro re. Una particolare attenzione nel panorama educativo del futuro re è stata certamente riservata all’educazione religiosa e morale al fine di esercitare la funzione regia, proteggere la Chiesa e seguirne i consigli. L’ambiente che circondava il giovane Luigi svolge una funzione determinante per la fioritura della sua esemplare vita cristiana, non bisogna, infatti, dimenticare che la madre, Bianca di Castiglia, sarà anch’essa proclamata santa e la sorella, Isabella di Francia, beata.
Alla morte di Filippo Augusto, molti contemporanei tentano di riconoscere nella sua persona un santo grazie ai racconti orali dei prodigi che avevano accompagnato tanto la sua nascita (tra cui la comparsa di una cometa) quanto la sua morte (per lo più guarigioni). Ma nel Duecento avviene, in seno alla Chiesa, un cambiamento radicale nella concezione della santità e il papa Innocenzo III ne prende atto formalmente regolarizzando i processi di canonizzazione, in particolare, stabilendo che i miracoli da considerare in tale processo sono solo quelli avvenuti post mortem e dichiarando la santità della vita quotidiana quale nuovo imprescindibile criterio. Per questo motivo, Luigi riuscirà dove il nonno fallì a causa della sua vita coniugale ritenuta scandalosa da Roma e può essere a buon diritto definito un santo moderno.
Il re cristiano
Del mondo di San Luigi, è importante tenerlo presente, fa parte, insieme alla Francia, la “Christianitas”: egli governa da sovrano la prima ed è una delle teste della seconda che ingloba anche il suo regno. La Cristianità si riferisce essenzialmente all’Europa che nel XIII secolo stava vivendo un particolare momento di sviluppo economico: san Luigi sarà anche il primo re di Francia a battere una moneta d’oro, lo Scudo, nel 1226, pratica cessata da Carlo Magno in poi.
All’epoca di san Luigi, la Cristianità è ancora turbata dalle lotte tra papato e impero, ma il vero interesse politico è tutto rivolto all’irresistibile ascesa delle monarchie nazionali. Anche in questo campo san Luigi sarà in grado di far compiere all’amministrazione dello stato alcuni decisivi passi verso il consolidamento della monarchia francese: essa diventerà uno stato moderno unito attorno alla persona del suo re. L’eredità che il nonno Filippo Augusto lascia al giovane san Luigi è notevole sotto ogni aspetto, vale la pena, però, di approfondire quello dell’eredità morale fondata sullo sviluppo della “religione regia”. Attraverso la consacrazione, il deposito dei regalia nell’abbazia di Saint Denis e i nuovi riti funebri la monarchia e la persona del monarca vanno assumendo un carattere spiccatamente sacro. Lo stesso papa Innocenzo III nel 1202 con la decretale Per venerabilem dichiara che il re di Francia non riconosce alcun superiore nella sfera temporale e con Luigi IX si definisce che il re di Francia deriva il suo potere “solo da Dio e da se stesso”.
La storia della Cristianità del XIII secolo è caratterizzata dalle numerose eresie pauperiste di cui la più pervasiva è l’eresia catara, nota in Francia con il nome di “eresia degli aubigeois (albigesi)”. Il grande fermento religioso di questo secolo è, però, ben più allargato e comprende almeno altre due manifestazioni importantissime rimaste, tuttavia, nell’ortodossia. La prima è la nascita di nuovi ordini religiosi che rispondono ai nuovi bisogni spirituali dei fedeli e tentano di reagire alla decadenza del monachesimo: sono i nuovi Ordini Mendicanti che intendono portare la pratica della vita cristiana nella vita quotidiana degli uomini delle città e fanno della predicazione la loro arma. Il maggior impulso a questa nascita avviene per opera dei due santi Domenico di Calaruega, fondatore dei frati Predicatori, e Francesco d’Assisi, fondatore dei frati Minori. Determinante nella vita di san Luigi sarà la presenza degli Ordini Mendicanti, tanto che sarà non senza malizia definito “il re degli Ordini Mendicanti” e in qualcuno nascerà il sincero sospetto che voglia egli stesso farsi frate mendicante. L’altra manifestazione del grande movimento religioso del XIII secolo è l’ascesa dei laici all’interno della Chiesa, soprattutto attraverso la fondazione dei cosiddetti “Terz’ordini laicali” degli Ordini Mendicanti. Di conseguenza, anche la santità, che precedentemente pareva essere monopolio di chierici e monaci, si estende anche ai laici, uomini e donne. Se sant’Omobono, un mercante di Cremona, è il primo laico canonizzato nel 1199 da Innocenzo III solo due anni dopo la morte, san Luigi è sicuramente il più famoso.
Il re fanciullo
Il 3 novembre 1226, durante la crociata contro il conte di Tolosa, protettore degli eretici, Luigi VIII muore a Montpensier lasciando un primogenito la cui tenera età pone immediatamente dei seri problemi dinastici, soprattutto considerando che Luigi VIII ha un fratellastro venticinquenne alleato con gli immancabili baroni poco sottomessi all’autorità regia. Ma Bianca di Castiglia, la cui reggenza è confermata da un documento firmato dai vescovi più importanti del regno e depositato nel “Tresor des charter” (l’archivio regio), una volta sepolto Luigi VIII si dedica interamente alla difesa e all’affermazione di suo figlio, il re fanciullo, al mantenimento e al rafforzamento della potenza della monarchia francese.
Alla guida della Francia c’è, come non accadeva da un secolo e mezzo, un dodicenne e un sentimento d’angoscia si diffonde in tutto il regno. Bisogna, infatti, considerare che la funzione principale di un re medievale è quella di mettere in rapporto con la divinità la società di cui è capo. Ora, un fanciullo, per quanto re legittimo e unto, è un fragile intermediario, tanto più che l’infanzia nel Medioevo è concepita soltanto come un non-
L’attività di governo per Luigi inizia subito con alcune questioni della massima urgenza ma ben presto tutto barcolla: il sovrano è un fanciullo e sua madre una donna straniera, così un numero importante di baroni si riunisce a Corbeil e decide di impadronirsi del giovane re, non per detronizzarlo ma per governare in suo nome al posto di sua madre e dei suoi consiglieri aggiudicandosi, inoltre, terre e ricchezze. Ma ecco che per la prima volta il popolo di Parigi si stringe attorno al suo re scortandolo e proteggendolo dai suoi attentatori. Un secondo tentativo di impadronirsi della mente del re avviene in modo più sottile allorché gli stessi baroni iniziano a diffondere false dicerie sui presunti cattivi costumi morali di Bianca di Castiglia. I primi anni di regno di Luigi, che gli storici si limitano a presentare come anni di rischi e difficoltà, sono anche per il giovane re anni di progressi decisivi del potere regio e del suo prestigio personale grazie, soprattutto, alla sapiente presenza del re in molte operazioni militari vincenti.
Nel 1234, ottavo anno di regno, Luigi sposa, in seguito ad un accordo tra i genitori, Margherita, figlia primogenita di Raimondo Breringhieri V conte di Provenza. Luigi e Margherita sono parenti di quarto grado, ma il papa Gregorio IX concede loro la dispensa a causa della “urgente ed evidente utilità” di un unione che contribuirà a riportare la pace in una terra sconvolta dalle eresie e dalla guerra contro gli eretici. Il matrimonio viene celebrato dal vescovo di Valence e zio di Margherita Guglielmo di Savoia a Sens, facilmente raggiungibile da Parigi e dalla Provenza, il 27 maggio, vigilia della domenica che precede l’Ascensione.
Sappiamo, da una confidenza fatta molto tempo dopo dalla regina Margherita, che il giovane sposo regale non toccò sua moglie nella prima notte di nozze, rispettando, come gli sposi cristiani molto pii, le “tre notti di Tobia” raccomandate dalla Chiesa sulla scorta dell’esempio di Tobia nell’Antico Testamento. I figli iniziano a coronare il matrimonio solo sei anni dopo, saranno undici di cui, però, solo sette sopravvivranno al padre.
Molti sono gli aspetti per cui san Luigi si è facilmente prestato ad essere definito “il re devoto”, di seguito ne analizzerò solo alcuni tra i più significativi.
Già Filippo Augusto e ancor più san Luigi intuiscono l’importanza per la monarchia francese di avere a Parigi, nonostante non sia ancora una vera capitale, un focolaio di studi superiori che sia in grado di apportare gloria, sapere e alti funzionari chierici e laici alla regalità. I re di Francia non hanno ancora in quell’epoca una vera e propria politica universitaria, tuttavia, capiscono che, come Roma era la capitale politica della Cristianità, così Parigi poteva esserne la capitale intellettuale in quanto sede della facoltà di teologia.
Moderno e tradizionale allo stesso tempo si presenta l’atteggiamento di san Luigi nei confronti dell’Impero: pur nel solco della tradizione capetingia, ormai affrancata dalla giurisdizione imperiale, san Luigi manterrà sempre un devoto rispetto per la figura dell’Imperatore, all’epoca Federico II, perché da buon medievale si sente membro di un corpo, la Cristianità, che ha due teste: il Papa e l’Imperatore. La possibilità di mantenere questo equilibrio reverenziale nei confronti dell’assodata bicefalia della Cristianità è permessa anche dal fatto che da tempo, ormai, tanto l’Impero quanto la Chiesa non possono più vantare diritti o poteri giuridici nel regno di Francia, come già descritto. Inoltre, Luigi IX mette in atto per molto tempo e in molti modi diversi una grande opera di pacificazione nei confronti delle due massime autorità della Cristianità.
I dissidi che san Luigi si trova ad affrontare con i vescovi di Reims e, soprattutto, di Beauvais, ci mostrano un re che, pur nella sua personale religiosità e sottomissione alla Chiesa, tanto da essere chiamato dai contemporanei “il re devoto”, nelle questioni temporali che riguardano lo Stato è inflessibile sostenitore dei diritti e doveri di quest’ultimo, fulgido esempio sempre attuale di quanto sia possibile mantenere il giusto equilibrio tra la religione e la politica.
E proprio l’aspetto della devozione che preannuncia il futuro san Luigi si rivela non solo nel suo personale interessamento, riferito esplicitamente dall’amico Joinville, nella costruzione dell’abbazia di Royaumont, dando compimento ad una delle ultime volontà del defunto Luigi VIII che aveva lasciato un’ingente somma a tal fine, ma anche nel lavoro manuale che, come alcune biografie riferiscono, il re prodigò in tale iniziativa coinvolgendo anche i fratelli e alcuni cavalieri del suo seguito. In realtà, il padre aveva indicato anche quale avrebbe dovuto essere l’Ordine religioso affidatario della struttura, ma l’attrazione che il monachesimo riformato cistercense esercita su Luigi e che tornerà altre volte nella sua vita sarà più forte.
È innegabile che nella Cristianità del XIII secolo una grande manifestazione di devozione e, pari tempo, fonte di grande prestigio è il possesso di insigni reliquie e anche per san Luigi si presenta ben presto la possibilità di ottenerne alcune davvero molto preziose allorché, nel 1237, Baldovino, il giovane imperatore dell’Impero Latino di Costantinopoli viene in Francia per cercare aiuto contro i greci che volevano riprendersi la loro capitale. Egli, proprio mentre si trova presso la corte francese, viene raggiunto dalla notizia che i baroni dell’Impero Latino, in preda alla necessità di denaro, hanno deciso di vendere la più preziosa reliquia conservata a Costantinopoli: la Corona di spine di Gesù. Il re di Francia e sua madre si infiammano subito si santo zelo per ottenrla: emblema di umiltà, la Corona di spine è, nonostante tutto, una corona, cioè una reliquia con una forte caratterizzazione regale. Essa incarna quella regalità sofferente e umile che è diventata l’immagine di Cristo nella devozione del XIII secolo e che l’immaginario collettivo trasferisce sul capo del re, immagine di Gesù sulla terra. Tra molti perigli e trattative la sacra Reliquia giunge nei pressi della Francia e, come cinque anni prima era corso incontro alla fidanzata, Luigi ora corre a ricevere il sacro acquisto; egli porta con sé la madre, i fratelli, molti vescovi e cavalieri; l’incontro avviene a Villeneuve-
Un altro evento devozionale del regno di san Luigi degno di una speciale nota è il famoso smarrimento e ritrovamento dell’insigne reliquia del Santo Chiodo presso Saint Denis: durante una solenne ostensione, tale reliquia va misteriosamente perduta e le cronache si prodigano a descrivere tanto la disperazione di san Luigi, manifestata anche dalla sua personale ricerca, quanto la sua somma gioia dopo il casuale rinvenimento. Va, anzitutto, ricordato che nel Medioevo nell’animo dei più semplici come in quello dei più saggi e potenti esiste, incrollabile, la credenza nella virtù sacra di taluni oggetti che garantiscono la prosperità di un regno e la cui perdita occasionale può presagirne inequivocabilmente la rovina: il giovane Luigi condivide e stimola la religiosità più profonda del suo popolo e comincia a costruire la sua immagine e la sua politica sull’espressione pubblica e intensa di questi sentimenti. Nel suo entourage, tuttavia, quelle manifestazioni di devozione sono ritenute eccessive e indegne di un re che deve sempre dimostrare un grande senso della misura e dare esempio di ragionevolezza. Ma per Luigi non c’è alcun problema intimo: egli vuol essere, al tempo stesso e senza contraddizione, re di Francia cosciente dei suoi doveri, compresi quelli che concernono apparenza e simbologia, e buon cristiano, il quale, per essere di buon esempio e assicurare la salvezza sua e del suo popolo, deve manifestare la sua fede secondo le antiche e nuove pratiche con un comportamento sensibile.
Un episodio apparentemente irrilevante della vita di san Luigi ma che risulta importante per capire la sua spiritualità di re santo si verifica nel momento in cui i mongoli sembrano invadere l’Europa da est. Dalle lettere che invia alla madre, emerge un santo escatologico che vede in essi l’invasione dei popoli di Gog e Magog annunciati dall’Apocalisse come preludio alla fine del mondo. San Luigi aspira a due possibili destini: il martirio o la fine del mondo, egli si affida confidente a Dio ed è pronto ad abbracciare entrambi.
Tutto il regno di san Luigi sarà segnato da una forte discordanza tra la sua personale pietà e l’opinione pubblica; forse anche il re stesso avrà qualche periodo di dubbio, in particolare dopo il fallimento della crociata, ma ne uscirà sempre più convinto di trovarsi sulla retta via nella necessaria fusione delle sue due principali occupazioni: il bene del regno e del popolo e la sua salvezza personale, che in quanto re, coinvolge inevitabilmente quella di tutto il popolo. In un’epoca in cui non occupare il proprio posto secondo lo status dato da Dio a ciascuno è cosa assolutamente scandalosa, è percepito come problematico un re a più riprese definito re-
Nel 1244, san Luigi cade in un forte attacco di una malattia che già lo perseguitava da tempo ed arriva a perdere conoscenza tanto che molti lo credono morto e la regina madre invia a Pontoise, dove egli si trova, le Reliquie reali affinché il re le possa toccare. Appena ripreso da quello stato e appena è in grado di parlare, racconta sempre l’amico Joinville, chiede soltanto di diventare crociato. Le reazioni all’annuncio di questo voto sono di diversa natura, come, del resto, in quel secolo era in fase di mutamento lo spirito stesso con cui si affrontava l’argomento delle crociate dopo che i numerosi fallimenti avevano portato ad un forte scoraggiamento nella classe politica. Un trovatore, invece, interpreta l’entusiasmo popolare per un san Luigi crociato e, nei testi della sua propaganda si meraviglia che un uomo “leale e integro, esempio di saggezza e di rettitudine” che conduce “una vita santa, linda, pura, senza peccato e senza macchia” si sia fatto crociato quando i più intraprendevano le crociate per fare penitenza. Ma per Luigi, che spinge all’estremo la fede che gli è stata inculcata, la crociata non è che il coronamento della retta condotta di un principe cristiano. Così, il 12 giugno 1248, Luigi va a Saint Denis a prendere l’orifiamma, la tracolla e il bordone dalle mani del cardinale legato, segni della sua intima convinzione dell’identità tra crociata e pellegrinaggio. Poi si reca a piedi nudi e seguito da una grande processione di popolo all’abbazia reale di Saint Antoin de Champs e, prima di partire, nomina sua madre reggente del regno. Da notare il lavoro silenzioso e paziente di questa santa regina che per tutta la vita ha degnamente preparato e sostituito nelle necessità il figlio al timone del regno di Francia. La partenza da Parigi segna anche, nella vita di san Luigi, una svolta che colpisce molto gli appartenenti al suo entourage. Le norme regolatrici della crociata ingiungono ai crociati la modestia nel vestire; si può facilmente immaginare che il rigoroso Luigi rispettò e fece rispettare quelle prescrizioni, ma Luigi, per quanto riguarda la sua persona, non si accontenta di applicare rigorosamente le prescrizioni della Chiesa e, secondo la sua abitudine, va molto oltre conservando tale austerità anche al ritorno dalla crociata fino alla morte. Questa rinuncia è il segno di una svolta nella vita di san Luigi, il passaggio da un genere di vita e di governo semplicemente conformi alle raccomandazioni della Chiesa a una condotta personale e politica autenticamente religiosa, da un semplice conformismo ad un vero ordine morale.
La crociata si apre in Egitto con alcune piccole vittorie ma ben presto sopraggiungono le sconfitte e Luigi stesso viene fatto prigioniero dai musulmani e questa è la disgrazia peggiore per un re, ancor più lo è per un re cristiano essere fatto prigioniero dagli infedeli. Alla liberazione, avvenuta un mese dopo la cattura, il cappellano reale racconta la dignità e il coraggio dimostrati dal re durante la prigionia: Luigi pensa anzitutto agli altri crociati prigionieri, rifiuta qualsiasi dichiarazione contraria alla propria fede cristiana e sfida perciò la tortura e la morte. Anche quando viene a sapere che i suoi sono riusciti a frodare i musulmani versando un cifra inferiore rispetto a quella pattuita per il suo riscatto, si infuria, convinto che la sua parola debba essere sempre mantenuta e onorata anche se prestata a dei miscredenti.La crociata termina con un nulla di fatto e, mentre si trova in Terra Santa, Luigi vede svanire anche un altro dei suoi più grandi sogni: la conversione dei mongoli. Infatti, i missionari da lui inviati al gran Khan ritornano sconfitti. Infine, è un terribile evento a mettere fine alla sua permanenza in Terrasanta: nella primavera del 1253, Luigi riceve la notizia della morte dell’amata madre che era deceduta il 27 novembre del 1252. L’amico Joinville racconta le scomposte manifestazioni di dolore che accompagnano l’apprensione della notizia da parte di san Luigi e i rimproveri da parte dei contemporanei per l’esagerata reazione.
Ma qualche cosa, sebbene a livello spirituale, san Luigi la sa guadagnare da queste dolorose sconfitte. Infatti, discutendo con i suoi interlocutori musulmani, pur continuando a detestare la loro falsa religione, si rende conto che il dialogo con questi ultimi è possibile; inoltre, è in grado di imparare qualcosa di utile dai musulmani, infatti, tornato in patria, è il primo re che costruisce una biblioteca di manoscritti di opere religiose sul modello di quella del sultano.
Il re escatologico
Premeditato o improvvisato, l’incontro tra Ugo di Digne, appartenente alla corrente rigorista degli Spirituali francescani, e il re santo avrà grande importanza nella vita di quest’ultimo. In preda allo sconforto per gli eventi appena elencati, san Luigi ne ricerca le cause e si domanda cosa debba fare per piacere a Dio, assicurare la propria salvezza e quella del suo popolo e servire la Chiesa, Ugo gli mostrerà la via: far regnare sulla terra la giustizia nella prospettiva del momento in cui “i tempi saranno compiuti”, promuovere una città terrestre evangelica, in breve, diventare un re escatologico. Questa proposta, che probabilmente interpretava i desideri profondi di Luigi, diventerà il programma dell’ultimo periodo del suo regno.
Joinville testimonia il passaggio dalla semplicità all’austerità che contrassegna la vita di san Luigi dopo il ritorno dalla Terrasanta e il suo confessore, consigliere e primo biografo, Goffredo di Beaulieu, ne racconta i sentimenti in modo mirabile: “Dopo il suo felice ritorno in Francia, i testimoni della sua vita e i confidenti della sua coscienza videro fino a qual punto egli cercò di essere devoto verso Dio, giusto verso i suoi sudditi, misericordioso verso gli infelici, umile verso se stesso e come fece ogni sforzo per progredire in tutte le virtù. Come l’oro è superiore in valore all’argento, così il suo nuovo modo di vivere, portato con sé dalla Terrasanta, superava in santità la sua vita precedente; eppure in gioventù, egli era sempre stato buono, innocente ed esemplare”.
Tutto questo fervore si riflette nelle sue decisioni politiche e in ogni ordinanza regia non trascura di aggiungere provvedimenti riguardanti la moralità, tra cui misure repressive della bestemmia, del gioco, della prostituzione, della frequentazione delle taverne, prescrizioni contro gli ebrei e la propagazione del principio della presunzione d’innocenza per gli imputati richiamando i giudici all’esempio del Giudice supremo, Dio di giustizia e di misericordia. Oltre alla giustizia, l’altro dovere che si impone ad un re cristiano è la pace e Luigi saprà essere arbitro oltre i confini del suo regno dando l’esempio a molti, tanto da arrivare ad essere definito “arbitro e pacificatore della Cristianità”.
Nel 1267, Luigi decide di intraprendere una nuova crociata e da inizio ad un nuovo periodo di preparazione e purificazione emanando nuove leggi contro la bestemmie, reato equiparato alla lesa maestà, e gli ebrei e facendo intensificare la predicazione. Partito come nel 1248, il 14 marzo 1270, l’esercito sbarca a Tunisi per raggiungere l’Egitto, ma la via di Tunisi si rivela ben presto una vera e propria Via Crucis. Sfumata la possibilità di convertire l’Emiro musulmano che si rivela immediatamente illusoria ancorché san Luigi non vi voglia rinunciare e, di nuovo, il flagello del Mediterraneo, l’epidemia di tifo, si abbatte sull’esercito regio. Dopo suo figlio Giovanni Tristano, anche san Luigi muore il 25 agosto assistito dal suo inseparabile confessore. È lui che racconta che sul letto di morte, pur sentendo la fine avvicinarsi, san Luigi non ha altra preoccupazione che le cose di Dio e l’esaltazione della fede cristiana. Così, a fatica e a bassa voce, proferisce le sue ultime parole: “Cerchiamo, per l’amor di Dio, di far predicare e di introdurre la fede cattolica a Tunisi”. Benché la forza del suo corpo e della sua voce si affievoliscano a poco a poco, egli non cessa di chiedere i suffragi dei Santi a cui era più devoto, in particolare san Dionigi patrono del suo regno. Più volte mormora le ultime parole della preghiera a san Dionigi: “Noi ti preghiamo, Signore, per l’amore che abbiamo per te, di darci la grazia di disprezzare i beni terreni e di non temere le avversità”. Poi ripete l’inizio della preghiera a san Giacomo: “Sii, o Signore, il santificatore e il custode del tuo popolo”. Ancora il Beaulieu riferisce che Luigi muore all’ora stessa della morte del Signore su un letto “di ceneri sparse in forma di croce”. Così il re-
La bara con le ossa di Luigi IX, debitamente trattate, viene portata ed esposta a Parigi nella chiesa di Notre Dame e i funerali hanno luogo a Saint Denis il 22 maggio, quasi nove mesi dopo la morte del re. Attorno ai sacri resti, i visceri in Sicilia e lo scheletro a Saint Denis, si verificano numerosi miracoli sin da subito, ma ormai la fama non è più sufficiente per creare dei santi, la curia romana si è riservata tale diritto ed inizia il processo di canonizzazione la cui prima iniziativa risale a papa Gregorio X. Sarà però papa Bonifacio VIII con la bolla Gloria, laus a pronunciare la canonizzazione solenne di Luigi IX e a fissarne la festa nel giorno della sua morte, il 25 agosto.
Ed è così che il re, nato sotto il sego del lutto e morto in terra straniera e infedele, fa il suo ingresso nella gloria eterna. (Autore: Emanuele Borserini -
Beato Luigi Urbano Lanaspa -
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Zaragoza, Spagna, 3 giugno 1882 -
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Luigi Urbano Lanaspa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che affrontò la gloriosa prova per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
15 Beata Maria del Transito (Cabanillas) di Gesù Sacramentato (25 agosto)
Cordova, Argentina, 15 agosto 1821 -
Al secolo: Maria del Transito Cabanillas, Fondatrice della Congregazione delle Suore Terziarie Missionarie Francescane dell'Argentina.
Martirologio Romano: A Córdova in Argentina, Beata Maria del Transito di Gesù Sacramento, vergine, che si adoperò molto per la formazione cristiana dell’infanzia povera e abbandonata e istituì in Argentina le Suore Missionarie del Terz’Ordine di San Francesco.
Maria del Transito Eugenia dei Dolori Cabanillas nacque a Santa Leocadia, attuale Carlos Paz, in provincia di Cordova in Argentina, il 15 agosto 1821. Suo padre Filippo discendeva da una famiglia di Valencia in Spagna, emigrata in Argentina nella seconda metà del sec. XVII. Nel nuovo ambiente i Cabanillas riuscirono ad accumulare una certa fortuna economica, ma si distinsero soprattutto per la loro profonda religiosità cristiana.
Nel 1816 il sig. Filippo si unì in matrimonio con la sig.na Francesca Antonia Luján Sánchez, dalla quale ebbe 11 figli. Tre morirono prematuramente, quattro contrassero matrimonio e gli altri si consacrarono a Dio, uno come sacerdote secolare e tre come religiose in Istituti diversi, continuando così una lunga e gloriosa tradizione familiare.
La Serva di Dio fu la terzogenita. Battezzata nella cappella di San Rocco da Don Mariano Aguilar, il 10 gennaio 1822, le furono imposti i nomi di Transito, ossia Maria Assunta, ed Eugenia dei Dolori. Il sacramento della Confermazione lo ricevette il 4 aprile 1836, con notevole ritardo, data la lontananza dal centro diocesano.
Dopo la prima educazione familiare, Transito fu inviata a Cordova, città di nobili tradizioni culturali, con la celebre università del sec. XVII, fondata dal Vescovo francescano Fernando Trejo y Sanabria e i collegi di Santa Caterina (1613) e di Santa Teresa (1628). Completò la sua formazione, secondo i criteri del tempo, nel collegio di Santa Teresa. Dal 1840, mentre attendeva agli studi, si curò anche del fratello minore che nel frattempo si preparava`` al sacerdozio nel seminario di Nostra Signora di Loreto, sempre in Cordova.
Nel 1850, dopo la morte del sig. Filippo Cabanillas, tutta la famiglia si trasferì definitivamente a Cordova, per cui la Venerabile si ritrovò con la madre, il fratello, ordinato poi sacerdote nel 1853, le sorelle e cinque cugine orfane, in una casetta situata nei pressi della chiesa di San Rocco. Transito si distingue per la sua pietà, specialmente verso l'Eucaristia; svolge un'intensa attività come catechista, compie opere di misericordia con frequenti visite ai poveri e agli ammalati in compagnia della cugina Rosaria.
Dopo la morte della mamma (13 aprile 1858) la Serva di Dio entra anche nell'Ordine Francescano Secolare e intensifica la sua vita di orazione e di penitenza, diretta spiritualmente dal francescano Padre Bonaventura Rizo Patrón, poi Vescovo di Salta (1862); ma le sue aspirazioni sono per una consacrazione totale al Signore. Così, nel 1859, in occasione della sua professione nell'Ordine Francescano Secolare, emette anche il voto di verginità perpetua e incomincia a pensare alla fondazione di un Istituto per la istruzione cristiana dell'infanzia povera e abbandonata.
Nel 1871 incontra la signora Isidora Ponce de León, che si interessa vivamente alla erezione di un monastero di carmelitane, in Buenos Aires: un anno dopo la segue in quella città e il 19 marzo 1873, giorno dell'inaugurazione del monastero, vi fa il suo ingresso per essere carmelitana. Tuttavia l'impegno ascetico cui si assoggetta, si rivela superiore alle sue forze fisiche, tanto che cade ammalata e per conseguenza, nell'aprile 1874, deve abbandonare la clausura. Nel settembre dello stesso anno, credendosi sufficientemente ristabilita in salute, entra fra le Visitandine di Montevideo, ma anche qui, dopo pochi mesi, è nuovamente inferma.
La Serva di Dio accetta tutto con ammirabile rassegnazione, sempre più abbandonata alla Divina Provvidenza. Intanto riaffiora l'idea di una propria fondazione educativo-
Ottenuta l'approvazione ecclesiastica del progetto di fondazione e delle costituzioni, dopo un corso di esercizi spirituali predicati dallo stesso Padre Porreca, Transito Cabanillas con due consorelle Teresa Fronteras e Brigida Moyano, l'8 dicembre 1878, a San Vincenzo di Cordova, dà ufficialmente il via alla Congregazione delle Suore Missionarie Francescane dell'Argentina. Direttore del nascente Istituto, su richiesta della Fondatrice, è nominato il Padre Quirico Porreca, O.F.M. Il 2 febbraio 1879 la Cabanillas e le prime sue due compagne emettono la professione religiosa e il 27 dello stesso mese chiedono l'aggregazione all'Ordine dei Frati Minori, con lettera diretta al Ministro Generale Padre Bernardino da Portogruaro, che risponde loro affermativamente in data 28 gennaio 1880.
La nuova Congregazione ebbe subito una larga fioritura di vocazioni, tanto che vivente ancora la Fondatrice furono aperti i Collegi di Santa Margherita da Cortona in San Vincenzo, quello del Carmine a Rio Quarto e dell'Immacolata Concezione a Villa Nova.
La Serva di Dio guidava con mirabile saggezza il fiorente Istituto, ma intanto le sue forze fisiche cedevano gradualmente alle fatiche di ogni giorno e alle asprezze ascetiche. Il 25 agosto 1885 moriva santamente, così come era vissuta per 64 anni, lasciando in eredità eroici esempi di umiltà e di carità esercitata specialmente verso l'infanzia, verso i poveri, gl'infermi e le consorelle. Nel suo curriculum spirituale vanno sottolineate soprattutto la prudenza, la pazienza, la fortezza nell'affrontare le molteplici prove della vita, la sua operosità assidua nell'insegnamento del catechismo e nella formazione dell'infanzia abbandonata, il suo amore alla purezza e la fiducia nella Divina Provvidenza, che spesso le rispondeva con segni sorprendenti.
Come Fondatrice, la Serva di Dio seppe infondere nelle sue figlie lo spirito soprannaturale, la generosità, l'amore all'infanzia, lo spirito di penitenza e di mortificazione.
L'eroicità delle virtù della Serva di Dio venne dichiarata da Sua Santità Giovanni Paolo II il 28 giugno 1999. (Fonte: Santa Sede)
16 Beata Maria Troncatti -
Corteno Golgi, Brescia, 16 febbraio 1883 -
A Corteno Golgi nasce il 16 febbraio 1883 Maria Troncatti. Nella numerosa famiglia cresce lieta e operosa fra i campi, gli alpeggi e la cura dei fratellini, in un clima caldo dell'affetto di esemplari genitori. Assidua alla catechesi parrocchiale e ai Sacramenti, l'adolescente Maria matura un profondo senso cristiano che la apre ai valori della vocazione religiosa. Per obbedienza al padre e al Parroco, però, attende di essere maggiorenne prima di chiedere l'ammissione all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice ed emette la prima professione nel 1908 a Nizza Monferrato. Durante la prima guerra mondiale (1915-
La biografia della Serva di Dio suor Maria Troncatti si presenta connotata da una forte impronta di missionarietà, che è ardore di spirito nella prima parte (fino a trentanove anni), poi realtà vissuta in totale donazione nella seconda parte, fino alla morte all’età di ottantasei anni. Maria Troncatti nasce il 16 febbraio 1883 a Còrteno Golgi, piccolo centro in provincia di Brescia a 1000 metri di altitudine nella suggestiva cornice della Val Camonica, fra l’Adamello e il Col d’Aprica. La sua famiglia, numerosa ma più volte provata dalla mortalità infantile (Maria è la seconda dei sei superstiti, dopo la morte di altri otto) vive serena e laboriosa nella casa in paese, dividendosi secondo le stagioni fra il gregge di capre e il terreno all’alpe. Cresimata all’età di tre anni, Maria si accosterà alla mensa eucaristica appena compiuti i sei anni, grazie all’intervento della maestra la quale garantisce della preparazione e della consapevolezza cristiana di questa sua alunna, la più piccina nel gruppo dei comunicandi delle varie classi elementari. L’insegnante ha colto infatti l’intelligenza aperta e vivace di Maria, e di lei si prenderà particolare cura per condurla a completare il corso elementare, dato che la scuola in paese non dispone che delle prime quattro classi. Il primo incontro con il Pane di vita costituisce per la bimba un momento determinante, grazie a una indefinibile attrattiva che il suo animo percepisce, quasi per un istinto spirituale: si abitua ben presto alla frequenza quotidiana alla Messa, e gode di poter ricevere la comunione tre volte alla settimana, quanto all’epoca è consentito. Nella sua vita di fanciulla, oltre all’esempio di sana religiosità dei genitori e le cure del Parroco, esercita un’influenza notevole la sorella Catterina, di quattro anni maggiore, che le sarà amica, confidente e “complice” specialmente nell’orientamento della sua adolescenza. Vivace e giocherellona, Maria gode anche di una particolare tenera simpatia del papà, Giacomo, che ama definirla affettuosamente el me car taramòt (= il mio caro terremoto). Anche le sorelle la ricorderanno, a distanza di anni, come “una ragazza piuttosto mattacchiona”, che aveva però sensibilità e premure verso i poveri e per chiunque fosse bisognoso di aiuto. In famiglia, insomma, Maria “occupa un posto”, anche per quell’arte tutta sua di raccontare, con trasporto e partecipazione, quando riferisce nella cerchia dei familiari o fra i compagni di gioco le letture cha la maestra le propone per integrare il programma scolastico. Fra queste il Bollettino salesiano, che riporta corrispondenze e narrazioni dalle terre di missione, oltre alle notizie delle opere della Società salesiana in varie parti del mondo. La vita dei missionari affascina la fervida immaginazione di Maria, che si sente conquistata da quell’ansia di “portare Dio” a chi non lo conosce ancora. Altra componente della crescita spirituale di Maria Troncatti è senza dubbio la vita parrocchiale, con l’assidua frequenza al catechismo che la apre alla percezione dell’amore paterno di Dio e genera in lei atteggiamenti di amore fiducioso e rassicurante. Quando Maria è sui quattordici anni, il Parroco fonda l’Associazione delle Figlie di Maria, a cui lei aderisce non appena scoccati i quindici anni, con la sua carica di entusiasmo e la sua vivacità di iniziativa. Non la spaventa lo Statuto esigente, né la severità del Parroco, che non esita a cancellare pubblicamente dall’albo le socie che non osservano il Regolamento. È in quest’epoca che si definisce nel cuore di Maria un’inclinazione al dono di sé nella consacrazione totale a Dio. Ma dovrà attendere la maggiore età – ventun anni allora – per chiedere di essere accolta in prova nell’Istituto, sapendo che il padre non è troppo propenso a questa scelta, e che solo per merito della paziente opera di convinzione del Parroco si disporrà ad accettarla, sia pure con grande sofferenza.
L’addio di Maria alla famiglia avviene il 15 ottobre 1905 in un clima che – ricordano i parenti – “sa di funerale”: il padre sviene per il dolore della separazione quando Maria ha appena varcato la soglia di casa. Ma lei non “volge indietro lo sguardo” per timore di non ritrovare la forza di compiere quel passo. Sarà anche nel ricordo di quel penoso momento che suor Maria, ormai missionaria e avanti negli anni, neanche a distanza di tempo accetterà mai alcuna proposta di rimpatrio, nonostante gli inviti dei numerosi nipoti che non la conoscono se non per lettera. Altrettanto “faticoso” sarà per suor Maria il primo periodo formativo, il postulato in preparazione al noviziato, e il noviziato stesso. La sua salute, che evidentemente risente di un prolungato sforzo di adattamento, presenta problemi durante il noviziato e propone incertezze alle Superiore nel momento di decidere sul futuro. Non alla novizia, che ora “sa” con certezza essere questa la strada su cui la vuole il Signore. Nella comunità sono in molte, Superiore e consorelle, ad apprezzare in lei la “osservanza amorosa e il fedele adempimento di ogni pur minimo dovere”. La maestra propone questa novizia come esempio alle altre novizie per il suo intenso amore a Dio, che si esprime quotidianamente nelle opere. Suor Maria è perciò ammessa alla professione “sotto condizione” e il 17 settembre 1908 emette i primi voti per un anno: un anno di prova. Ma sarà ancora un anno di prove: fra l’altro un’infezione da patereccio, ribelle alle cure, porta il medico a sentenziare che l’amputazione di un dito sarà inevitabile. Suor Maria non si allarma: sopporta medicazioni trafiggenti e dolorosi andirivieni, totalmente abbandonata in Dio. Guarisce finalmente, ma sopravviene a breve distanza una febbre tifoide che preoccupa seriamente. In una visita all’infermeria della Casa madre di Nizza Monferrato il Superiore generale salesiano don Michele Rua (oggi Beato) le imparte la benedizione e le “predice” una vita laboriosa fino ad età avanzata, operando un gran bene.
Appena ripresa, una provvidenziale cura marina a Varazze, in Liguria, ridona alla provata suor Maria energie e salute. Sarà questa la sede del suo apostolato per una decina di anni. La giovane suora si occupa in varie mansioni della casa: ama la vita di sacrificio e cresce nell’anelito di donazione. Scrive: “Tenere presente Dio in tutto... Abbiamo Dio vicino. Parliamo quindi con lui per mezzo di giaculatorie e con l’obbedienza esatta”. Nell’imminenza della prima guerra mondiale (1915-
Nell’anno seguente – 1919-
Quali i “luoghi del cuore” di suor Maria? Dapprima Chunchi, una cittadina della Cordigliera Andina abitata in prevalenza da indios. Qui suor Maria, nominata “sul campo” direttrice, inizia la sua attività di medica, o madre fisica, come la chiamano gli indi, improvvisando un ambulatorio e un piccolo spaccio farmaceutico detto botiquín. Disponibile e accogliente sempre, cura i corpi e si interessa delle anime. La chiamano anche di molto lontano a medicare, ad assistere moribondi: anche un assassino, che vuole essere preparato a confessarsi, a ben morire; e vuole suor Maria accanto fino alla fine, convinto che la sua presenza impedisca al demonio di mettergli in cuore la disperazione. Suor Maria scrive ai familiari: “Se vedeste come mi vogliono bene! Quando mi vedono salire a cavallo mi raccomandano: ‘Madrecita, torna presto’”. Se la vedono partire per l’interno della selva, quando vi è chiamata per curare infermi, gli indi si sciolgono in un pianto sconsolato, convinti che vada a farsi mangiare viva dai jivaros! (la gente shuar, abitante della selva amazzonica). Viene il 1925. Suor Maria, con il suo piccolo drappello, è ormai avviata al grande “lancio” verso la selva amazzonica attraverso bosco, sottobosco, intrichi di liane e fiumi da guadare. La vera e propria traversata, con la scorta di alcuni portatori per i bagagli e i cavalli, si conclude a Pailas, ad una altitudine di 3000 metri, a cavallo per picchi inaccessibili e abissi vertiginosi, in un silenzio rotto solo da sibili sinistri di uccelli e indecifrabili fruscii nel fitto del bosco. Di qui in poi i missionari proseguono senza accompagnatori, per un misero sentiero che pure testimonia del coraggio dei primi evangelizzatori; il cammino si fa sempre più scosceso, sdrucciolevole e fangoso per la pioggia, con soste notturne sulla nuda terra e l’unico riparo di una tettoia di frasche. Quando finalmente, dopo lunghe traversie nella misteriosa solennità della selva, dopo la fortunosa traversata del fiume Paute, si giunge nei pressi della missione di Méndez, ad attendere le povere missionarie c’è tutt’altro che una sosta riposante. Un gruppo di chivari armati di frecce, lance e coltellacci presidia l’ingresso della missione e pone precise condizioni per un salvacondotto di entrata: i missionari dovranno guarire una adolescente, figlia del capo, che giorni addietro fu ferita accidentalmente in uno scontro a fuoco fra gruppi rivali. Lo stregone – il brujo – non ha potuto guarirla e la ferita al petto sta andando ormai in suppurazione. L’aut-
Ben presto l’attività di suor Maria si spinge oltre il fiume Upano (orrore delle traversate settimanali per quella che fu la paurosa Maria dell’Aprica!), dove fiorì l’antica Sevilla de Oro: qui sorgerà più tardi la missione di Sevilla don Bosco. Le cure mediche e l’annuncio del Vangelo conquistano gradatamente la popolazione shuar; ma non tardano a manifestarsi i primi indizi di insofferenza da parte di alcuni coloni, che temono di vedere compromessa la propria autorità (cioè il proprio ascendente di “padroni”) sulla gente shuar, che l’ignoranza tiene loro soggetta. Viene diffusa, ad arte, la voce che i missionari ordirebbero inganni ai danni dei giovani chivari, che dicono di voler educare. Nel generale sconforto che invade la missione suor Maria non si lascia accasciare: va di casa in casa, a Macas, a “parlare col cuore” e con incontenibili lacrime di sincera amarezza, tanto che chi aveva fatto il male sente di dover riparare. Intanto nel 1930 per la prima volta a Macas si celebra un matrimonio cristiano di due giovani shuar, per scelta propria e libera, non più predeterminata dal contratto delle famiglie. Ma sotto la cenere covano le braci e ne sprigionano nuove scintille. La antica legge della vendetta, tutt’altro che sopita, esplode in un incendio doloso che incenerisce la missione (1938) ma non cancella l’opera del vangelo. La faticosa ricostruzione impone ai missionari nuove più gravi privazioni, vita di povertà estrema e di fame, mentre incrementa la comunione degli spiriti nella quotidiana donazione apostolica. Per suor Maria c’è l’aggravio dell’emergenza sanitaria: dopo un’epidemia di vaiolo nero che nel 1933 aveva mietuto vittime, nella valle dell’Upano nuove epidemie richiedono superlavoro, portano dolori e lutti (1940). Sopravviene una forma grave di morbillo con esiti mortali per i chivari, che impone a suor Maria un’assistenza prolungata in un villaggio (l’anejo Generai Proaño) in quasi totale isolamento per alcuni mesi. Nel 1944 si stabilisce oltre 1’Upano la sede missionaria di Sevilla don Bosco, e suor Maria vi trasferisce l’internato di Macas. Anche qui saranno presto celebrati i primi matrimoni cristiani. Ma anche qui le epidemie – gravissimo il vaiolo – non risparmiano i poveri chivaretti e la doctora si moltiplica fra ammalati e convalescenti, e non mancano nuove piccole bare da inumare (1945). Ormai a Sevilla la vita si è organizzata stabilmente e la nuova “città” conta ora una trentina di casette abitate da famiglie completamente cristiane, con annesso orticello, coltivazione di yuca, di mais ed anche fiori; si tenta perfino di coltivare il riso. Poi tutto questo deve essere lasciato per rivolgersi a Sucúa, in una “valle di incantevole bellezza” (tale suor Maria è lieta di poterla descrivere nelle sue lettere alla famiglia), aperta e luminosa, fra il fiume Upano e il Tutanangoza. È il 1947. Già da un decennio i missionari e le missionarie vi si recano periodicamente: coloni e shuar sono contenti che “si insegni loro a pregare”. Ora si tratta di costituirvi stabilmente una comunità, per approfondire l’opera di evangelizzazione con una scuola e un internato, oltre all’immancabile ambulatorio cui fanno capo ammalati e bisognosi dalle chivarìe dei dintorni, dai monti in cui non esistono comunicazioni di sorta e solo il cavallo e il mulo consentono di superare le difficoltà del terreno. Le fatiche dei missionari, che da anni dissodano ed arano quel campo, incominciano a dare frutti. Vi si celebrano i primi matrimoni cristiani e più tardi anche l’isolamento della verde vallata viene superato con l’inaugurazione del primo campo di aviazione nella selva, per il servizio missionario (agosto 1948). All’età di settanta anni compiuti, nel 1954 suor Maria ha la gioia di vedere in funzione l’ospedale, eretto in muratura (finora si viveva in casette di legno con tetto di paglia), lieta di potervi accogliere i pazienti e, grazie alla degenza, curare con i mali fisici anche quelli dell’anima. Le epidemie, però, non le lasciano tregua: morbillo nel borgo M. Mazzarello (1955), vaiolo nella valle dell’Upano (1959). Vi periscono i giovani dell’internato e sono nuovi dolori per il suo animo sensibile. La vita di suor Maria continua ad essere strettamente legata alle vicende tristi o liete delle missioni. Per garantire una maggiore efficienza dell’ospedale organizza per le giovani che vi hanno disposizione corsi di infermieristica; per le altre corsi di cucito, di igiene, puericultura, di culinaria; e corsi di preparazione al matrimonio (1960-
E quando, nel 1969, si svolge la “Settimana del cooperativismo agricolo” (28 giugno – 4 luglio) avverte con tristezza le prime avvisaglie, e poi le aperte minacce contro la missione e i missionari più attivi in tal senso. Il clima intimidatorio si concretizza, appunto il 4 luglio, in un vorace incendio che in una sola notte distrugge anni di fatiche nella missione di Sucúa. Suor Maria ne soffre nel profondo; sente che a tanta offensiva del male occorre rispondere con un’offensiva di intensa carità. Prega e scongiura i dirigenti della Federazione a bandire ogni ipotesi di vendetta, e anzi a placare gli animi focosi della gente: si sarebbe offerta lei stessa vittima per la pacificazione. Parole che aveva già pronunciato quando i primi segnali di “avvertimento” avevano allarmato la missione. “Il bene della pace – diceva – e della vita di un sacerdote vale assai più della vita mia”. E in altre occasioni, dopo l’incendio, le consorelle la sentono affermare convinta che “queste due razze non troveranno riconciliazione se non ci sarà una vittima disposta ad immolarsi per loro”. Il 5 agosto suor Maria partecipa con vero gaudio spirituale alla fiesta jurada della Vergine Purissima di Macas, e assiste all’ordinazione sacerdotale di due diaconi particolarmente legati alla missione. Poi, in un momento di intimità, confida segretamente alla consorella suor Pierina Rusconi – impegnandola a non rivelare nulla se non a cose avvenute –: “La Purísima mi ha detto di prepararmi, perché presto qualcosa di grave mi accadrà”. Passano soltanto venti giorni. Il 25 di agosto, nel congedarsi dalla comunità per recarsi a Quito agli esercizi spirituali, fissando intensamente le suore ancora sconvolte le rassicura con accenti di una strana certezza: “Presto, molto presto tornerà la pace e la tranquillità. Io ve lo assicuro!”. Giunge alla pista di volo quando il piccolo aereo, adibito al trasporto di merci e persone, ha già i motori accesi. Si accomiata rapidamente da chi l’ha accompagnata e sale a bordo. È il decollo della morte. Pochi secondi più tardi si ode uno schianto, mentre le sirene della torre di controllo annunciano la caduta del piccolo aereo. L’offerta della vittima si è compiuta. Da allora il pianto di tutti – coloni, shuar, persone di ogni ceto – si fonde in un unico comune dolore e in una sola espressione di rimpianto: “È morta una santa... Non c’è più la nostra mamita!”. Il giorno 8 novembre 2008 è stato pubblicato il Decreto sull’eroicità delle virtù di questa esemplare missionaria della pace e della vita. Il 24 novembre 2012 è dichiarata Beata a Macas in Ecuador. (Autore: Suor Giuliana Accornero FMA -
17 San Mena -
Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Mena, vescovo, che fu ordinato dal papa sant’Agapíto e, riconciliata la comunione per qualche tempo sospesa con il papa Vigilio, dedicò alla Sapienza divina la grande chiesa edificata dall’imperatore Giustiniano. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
18 Beato Michele Carvalho -
Schede dei gruppi a cui appartiene: “Beati Martiri Gesuiti in Giappone” -
Braga (Portogallo), 1577 – Scimabara (Giappone), 25 agosto 1624
Martirologio Romano: A Shimabara in Giappone, Beati martiri Michele Carvalho, della Compagnia di Gesù, Pietro Vázquez dell’Ordine dei Predicatori, Ludovico Sotelo e Ludovico Sasanda, sacerdoti, e Ludovico Baba, religioso dell’Ordine dei Frati Minori, bruciati vivi per la loro fede in Cristo.
I Gesuiti con San Francesco Saverio (1506-
Ma proprio nel 1587 lo ‘shogun’ (maresciallo della corona) Hideyoshi, dai cristiani denominato ‘Taicosama’, che fino allora era stato condiscendente verso i cattolici, emanò un decreto di espulsione contro i Gesuiti (allora unico Ordine religioso presente nel Giappone) per delle ragioni non chiarite.
Il decreto fu in parte eseguito, ma la maggior parte dei Gesuiti rimase nel paese, mettendo in atto una strategia di prudenza, in silenzio e senza esteriorità, continuando con cautela l’opera evangelizzatrice.
Tutto questo fino al 1593, quando provenienti dalle Filippine sbarcarono in Giappone alcuni Frati Francescani, i quali al contrario dei Gesuiti, iniziarono senza prudenza una predicazione pubblica, a ciò si aggiunsero complicazioni politiche tra la Spagna e il Giappone, che provocarono la reazione dello ‘shogun’ Hideyoshi, che emanò l’ordine di imprigionare i francescani e alcuni neofiti giapponesi.
I primi arresti ci furono il 9 dicembre del 1596 e i 26 arrestati, fra cui tre gesuiti giapponesi, subirono il martirio il 5 febbraio 1597, i protomartiri del Giappone furono crocifissi e trafitti nella zona di Nagasaki, che prese poi il nome di “santa collina” e proclamati santi da Papa Pio IX nel 1862.
Subentrato un periodo di tregua e nonostante la persecuzione subita, la comunità cattolica aumentò, anche per l’arrivo di altri missionari, non solo gesuiti e francescani ma anche domenicani e agostiniani.
Ma nel 1614 la numerosa comunità cattolica subì una furiosa persecuzione decretata dallo shogun Ieyasu (Taifusama), che si prolungò per alcuni decenni distruggendo quasi completamente la comunità in Giappone, causando moltissimi martiri, ma anche molte apostasie fra gli atterriti fedeli giapponesi.
I motivi che portarono a questa lunga e sanguinosa persecuzione, furono vari, a partire dalla gelosia dei bonzi buddisti che minacciavano la vendetta dei loro dei; poi il timore di Ieyasu e dei suoi successori Hidetada e Iemitsu, per l’accresciuto influsso di Spagna e Portogallo, patria della maggioranza dei missionari, che erano ritenuti loro spie, per gli intrighi dei violenti calvinisti olandesi e infine per l’imprudenza di molti missionari spagnoli.
Dal 1617 al 1632 la persecuzione toccò il picco più alto di vittime; i supplizi secondo lo stile orientale, furono vari e raffinati, non risparmiando nemmeno i bambini; i martiri appartenevano ad ogni condizione sociale, dai missionari e catechisti, ai nobili di famiglia reale; da ricche matrone a giovani vergini; da vecchi a bambini; dai padri di famiglia ai sacerdoti giapponesi.
La maggior parte furono legati ad un palo e bruciati a fuoco lento, cosicché la “santa collina” di Nagasaki fu illuminata sinistramente dalla teoria di torce umane per parecchie sere e notti; altri decapitati o tagliati membro per membro.
Non stiamo qui ad elencare le altre decine di tormenti mortali cui furono sottoposti, per non fare una galleria degli orrori, anche se purtroppo testimoniano come la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procurarsi il cibo.
Oltre i primi 26 santi martiri del 1597 già citati, la Chiesa raccogliendo testimonianze poté riconoscere la validità del martirio per almeno 205 vittime, fra le migliaia che persero la vita anonimamente e Papa Pio IX il 7 luglio 1867 poté proclamarli Beati.
Dei 205 beati, 33 erano dell’Ordine della Compagnia di Gesù (Gesuiti); 23 Agostiniani e Terziari agostiniani giapponesi; 45 Domenicani e Terziari O.P.; 28 Francescani e Terziari; tutti gli altri erano fedeli giapponesi o intere famiglie, molti dei quali Confratelli del Rosario.
Non c’è una celebrazione unica per tutti, ma gli Ordini religiosi a gruppi o singolarmente, hanno fissato il loro giorno di celebrazione.
Nel gruppo dei 33 Gesuiti, la cui celebrazione unitaria è al 4 febbraio, c’è il portoghese Michele Carvalho, nato a Braga nel 1577, il quale affascinato dalla spiritualità missionaria della Compagnia di Gesù, divenne gesuita nel 1597 e a 23 anni nel 1602 partì per l’India.
Compì gli studi di filosofia e teologia a Goa (allora possedimento portoghese sulla costa occidentale dell’India), ordinato sacerdote, rimase qui fino ai 40 anni, impegnato nell’insegnamento della teologia nel Seminario dei Gesuiti.
Nel 1620 vide realizzato il suo sogno di essere inviato nella Missione in Giappone e nel mese di agosto 1621 vi arrivò travestito da soldato, dopo un disastroso viaggio.
La nave era naufragata sugli scogli della penisola di Malacca, qui restò per un anno nella vana attesa di una nave che lo portasse in Giappone; fu costretto a fare un viaggio via terra fino a Macao in Cina, poi via mare fino a Manila nelle Filippine e di lì nell’Impero del Sol Levante.
Restò per due anni nell’isola di Amakusa per apprendere la lingua giapponese e i metodi di apostolato, ma il suo indomabile desiderio del martirio, lo spinse a presentarsi al governatore in piena persecuzione e dichiararsi missionario, sacerdote e gesuita, tre titoli sufficienti per essere subito condannato a morte, ma il governatore lo considerò un pazzo, forse per evitare complicazioni e ordinò di trasferirlo fuori dai confini della sua giurisdizione.
Due cristiani che lo conoscevano, l’accompagnarono dal Padre Provinciale a Nagasaki, il centro del cattolicesimo in Giappone, il quale gli fissò una dimora nei dintorni della città.
Il 22 luglio 1623, chiamato ad Omura per alcune confessioni, al ritorno fu riconosciuto da una spia, che lo segnalò ai soldati, fu arrestato e condotto in prigione ad Omura, dove si trovò in compagnia del domenicano ietro Vazquez e dei francescani Ludovico Sotelo, Ludovico Sasanda e Ludovico Baba.
Costretti in una capanna aperta da ogni lato ed esposta alle intemperie, tutti si ammalarono e indeboliti dallo scarso cibo. Padre Michele Carvalho riuscì a scrivere al Padre Provinciale della Missione: “Siamo tutti infermi e i nostri corpi sono sfiniti, ma lo spirito è sano e robusto”.
Il 24 agosto 1624 due commissari del governo di Nagasaki, giunsero ad Omura con la sentenza della loro condanna a morte mediante il fuoco; il mattino seguente 25 agosto, furono imbarcati su un naviglio e condotti a Focò presso Scimabara, dove erano già pronti i pali e la legna per il rogo.
Gli eroici missionari, subirono un crudele martirio, perché la poca legna mal disposta, rese più lento e lungo il supplizio delle vittime. Il Beato Michele Carvalho gesuita, con gli altri prima menzionati, vengono celebrati il 25 agosto. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
19 Beato Paolo Giovanni Charles -
Scheda del gruppo a cui appartiene: “Beati Martiri dei Pontoni di Rochefort” -
+ 25 agosto 1794
Martirologio Romano: In una sordida galera ancorata al largo di Rochefort in Francia, Beato Paolo Giovanni Charles, sacerdote e martire, che, priore cistercense, nel corso della rivoluzione francese, strappato dai persecutori al monastero di Septfontaines a causa del suo sacerdozio e consegnato agli arresti navali, morì consunto dall’inedia e dalla malattia.
Nelle ore più oscure della rivoluzione francese sacerdoti e religiosi, ormai considerati nemici del popolo, sono inseguiti, arrestati e ammassati nelle carceri dei diversi dipartimenti, prima di essere condotti -
Nella primavera del 1794 soggiorneranno nelle fortezze della Gironda o su delle navi negriere, soprattutto la"Deux Associés" e la "Washington", ancorate nella rada dell'isola di Aix, vicino a Rochefort.
Su queste navi, "i pontoni", le condizioni di vita sono tali che, in qualche mese, due terzi dei deportati trovarono la morte: 547 morti su 829.
L'affollamento eccessivo, le fumigazioni mattutine che impestavano le stive invece di purificarle, il nutrimento malsano e insufficiente e, ben presto, il tormento dei pidocchi fecero dei pontoni un vero inferno.
Il colpo di stato del 9 Termidoro addolcirà un poco quella che sarà chiamata "la ghigliottina secca". Sull'isola Madame verrà rizzato un ospedale di tende, dove moriranno ancora numerosi prigionieri. ùIl 1° ottobre 1995 il Papa Giovanni Paolo II beatificò 64 di questi martiri, fra cui due monaci di Sept-
Don Paolo Charles era priore a Sept-
Il rifiuto di prestare giuramento da parte dei monaci obbligò le autorità municipali ad applicare il decreto di evacuazione delle case religiose, nonostante la stima e l'amore da parte della popolazione.
I monaci si dispersero. Don Paul Charles fu arrestato il 30 marzo 1793 e avviato a Rochefort. Detenuto sulla "Deux Associés", stimato e amato dai compagni di prigionia, morì il 25 agosto 1794 all'età di cinquantun anni e fu sepolto nell'isola Madame. (Fonte: Santa Sede)
20 Santa Patrizia di Costantinopoli -
Etimologia: Patrizia = di nobile discendenza, dal latino
Santa Patrizia discendente del grande imperatore Costantino, nacque in Costantinopoli, educata a corte dalla nutrice Aglaia, emise i voti di verginità in giovane età e per esservi fedele, fuggì dalla città perché l’imperatore Costante II (668-
Ella arrivò a Roma insieme ad Aglaia e altre ancelle e recatosi da papa Liberio, ricevé il velo verginale. Morto il padre, Patrizia ritornò a Costantinopoli e rinunciando ad ogni pretesa sulla corona imperiale, distribuì i suoi beni ai poveri e andò in pellegrinaggio verso la Terra Santa. Ma una terribile tempesta la fece naufragare sulle coste di Napoli e precisamente sull’isoletta di Megaride (Castel dell’Ovo), lì vi era un piccolo eremo dove purtroppo dopo brevissima malattia muore.
I funerali per celeste rivelazione della nutrice Aglaia si tengono in modo solenne con la partecipazione del vescovo, del duca della città e di tanta gente, il carro tirato da due torelli senza guida si arresta davanti al monastero di Caponapoli dei Padri basiliani, dedicato ai ss. Nicandro e Marciano, ove Patrizia in una tappa a Napoli del precedente viaggio a Roma aveva indicato come luogo dove riposerà il suo corpo, e lì rimase con le sue consorelle che l’avevano seguita e che da lei si chiameranno Patriziane o Suore di Santa Patrizia.
Il monastero, trasferiti i monaci basiliani in quello di s. Sebastiano, fu tenuto dalle suore e sotto la regola benedettina ebbe secoli di vita gloriosa. Per eventi storici e politici nel 1864 le spoglie furono traslate nel monastero di s. Gregorio Armeno, esse rivestite di cera sono contenute in un’urna pregiata d’oro e d’argento ornata di gemme, nella cappella laterale della monumentale chiesa del monastero.
La popolazione è sempre accorsa numerosa a venerarla, assistendo stupefatta al prodigio della liquefazione del sangue e della manna. La manna fu vista trasudare, come altre tombe di santi, dal sepolcro, in particolare una grande effusione si ebbe il 13 settembre di un anno fra il 1198 e il 1214. Il sangue invece sarebbe uscito miracolosamente da un alveolo di un dente che un cavaliere romano per devozione esagerata aveva strappato al corpo della santa, morta da qualche secolo.
Dente e sangue sono conservati in un reliquiario di notevole pregio. Nei vari secoli lo scioglimento del sangue è avvenuto con modalità e tempi diversi. Attualmente, dopo le preghiere si scioglie lungo le pareti dell’ampolla. Questo miracolo è meno conosciuto dell’altra liquefazione che pure avviene a Napoli, cioè quella di s. Gennaro patrono principale della città.
S. Patrizia è compatrona di Napoli. La sua festa è il 25 agosto. (Autore: Antonio Borrelli -
21 San Pellegrino -
m. Roma, 192
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma, al sesto miglio della via Aurelia, deposizione dei santi Eusebio, Ponziano, Vincenzo e Pellegrino, martiri. Al 25 agosto si celebra la festa dei santi martiri Pellegrino, Eusebio, Ponziano, Vincenzo, uccisi a Roma.
Pertanto la biografia di s. Pellegrino non si isola dagli altri tre martiri, perché le notizie pervenute li accomuna tutti e quattro. Vissero al tempo dell’imperatore Commodo (180-
Convertirono anche il senatore Giulio, il quale anch’esso distribuì le sue ricchezze ai poveri ma fu poi condannato a morire di frustate; il gruppo di Eusebio e compagni ne seppellì il corpo con onore, il giudice Vitellio che già aveva condannato Giulio li fece arrestare e sottoporre a crudeli tormenti, ma essi prodigiosamente vennero guariti da un angelo, il fatto visto dal carceriere Antonino, suscitò in questi una conversione che purtroppo finì con la sua condanna a morte. Allora Vitellio ricevuto ordini dall’imperatore, li condannò a morire a colpi di frusta munita di palline di piombo.
Furono seppelliti in una cripta tra la Via Aurelia e quella Trionfale al sesto miglio da Roma.
La loro “Passio” compendiata da Adone e da Usuardo passò nel ‘Martirologio Romano’ al 25 agosto giorno della loro morte. Nel 1196 si ha notizia della deposizione delle loro reliquie insieme a quelle di altri martiri sotto l’altare maggiore della consacranda Basilica di S. Lorenzo in Lucina.
Alcune reliquie dei soli Ponziano ed Eusebio furono poi traslate a Vezelay e a Pothieres in Francia e del solo Ponziano a Lucca nell’omonima chiesa, nel sec. X. (Autore: Antonio Borrelli -
22 Beato Pietro de Calidis -
+ 1240
Sollecitato da San Pietro Nolasco adentrare nell'Ordine Mercedario, il BeatoPietro de Calidis, fu un'eminenteredentore del convento di Sant'Antonioabate in Tarragona (Spagna). Inviato ad Algeri in Africa nell'anno 1236liberò una grande quantità di schiavi dalduro giogo dei saraceni e li fortificò nellafede. Morì santamente nel suo convento nel1240.
L'Ordine lo festeggia il 25 agosto. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
23 Beato Pietro Vazquez – Martire Domenicano (25 agosto
1590 -
Emblema:
Martirologio Romano: A Shimabara in Giappone, Beati martiri Michele Carvalho, della Compagnia di Gesù, Pietro Vázquez dell’Ordine dei Predicatori, Ludovico Sotelo e Ludovico Sasanda, sacerdoti, e Ludovico Baba, religioso dell’Ordine dei Frati Minori, bruciati vivi per la loro fede in Cristo.
Nato nella Galizia in Spagna, entrò nell'Ordine e visse prima a Madrid e poi a Manila.
Volle ugualmente trasferirsi in Giappone, nonostante il pericolo di vita, a causa della persecuzione scatenata contro i missionari cattolici stranieri.
Il 18 aprile 1623 fu arrestato e imprigionato per aver nascosto il corpo di un suo confratello martire, il Beato Ludovico Flòres.
Rimase nel carcere di Omura per circa un anno, affrontando con spirito di fede e grande serenità le durissime condizioni della prigionia e i disagi, come appare dalle lettere che scrisse durante questo periodo.
Il 25 agosto 1624 fu bruciato vivo. (Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria -
24 San Severo di Agde -
Martirologio Romano: Ad Agde nella Gallia narbonense, ora in Francia, san Severo, abate del monastero da lui stesso fondato in questa città. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
25 San Tommaso Cantelupe -
1218 -
Vescovo del XIII secolo di Hereford, in Inghilterra, discendeva da una famiglia originaria dell'ltalia, probabilmente Cantalupo nel Sannio. Tommaso nacque in Inghilterra ad Hambleden e venne battezzato con un nome ispirato alla devozione per San Tommaso Becket, l'Arcivescovo Martire di Canterbury. Uomo di studio e di dottrina, dovette comportarsi anche come uomo di azione, per comporre controversie che, nate da questioni dottrinali, sfociavano poi in contrasti pratici e addirittura in fazioni politiche. Il Vescovo di Hereford dovette sfoderare il suo spirito combattivo quando si accese una controversia tra lui e il nuovo Arcivescovo di Canterbury, Giovanni Peckham. Morì a Montefiascone, sul lago di Bolsena, nel 1282 e fu sepolto nel monastero di San Severo.
Martirologio Romano: Presso Montefiascone nel Lazio, transito di san Tommaso Cantelupe, vescovo di Hereford in Inghilterra, che, uomo di insigne cultura, si mostrò severo con se stesso e generoso benefattore con i poveri.
Questo santo vescovo, giurista e teologo, Dio lo donò alla chiesa d'Inghilterra nel momento in cui stavano per terminare la loro carriera mortale San Domenico di Guzmàn (+1221) e San Francesco di Assisi (+1226). Nacque difatti il 1218 a Hambleden, presso Great Marlow, nella contea di Berkshire, da Guglielmo di Chanteloup, maggiordomo del re Giovanni Senzaterra (+1216) e famoso guerriero, che contribuì ad assicurare la corona ad Enrico III (+1207-
I Chanteloup, originari della Normandia (Francia), erano sbarcati in Inghilterra con il loro duca Guglielmo, detto il Conquistatore (+1087), il quale, dopo la battaglia di Hastings (1066) in cui perì il re Aroldo II, li aveva ricompensati con terre e onorificenze. Tommaso ebbe per madre Melianta, figlia di un barone normanno, Ugo de Guarnay. Suo padre, in qualità di gran maestro del regno, era costretto a vivere a corte. Ben conoscendo i pericoli che vi avrebbero potuto incontrare i suoi figli, prese tutte le precauzioni affinchè fossero educati conforme ai principi del cristianesimo.
Allorché Tommaso, primogenito della famiglia, fu in grado di apprendere i primi rudimenti delle scienze, il padre lo affidò alle cure di Guglielmo di Chanteloup, vescovo di Hereford e suo parente, e poi di Roberto Kilwardby (+1279), maestro di teologia allo studio di Oxford dopo la sua entrata tra i Frati Predicatori, arcivescovo di Canterbury per volere del papa Beato Gregorio X (1272) e cardinale-
Il santo, con il fratello Ugo, andò a studiare filosofia all'università di Parigi che, al dire di un legato pontificio, era "il forno in cui si cuoceva il pane intellettuale dell'universo". I due fratelli conducevano un ben ordinato genere di vita. Avevano a disposizione un cappellano e un maestro. In riconoscenza a Dio di tanti benefici vollero prendere con sé due studenti poveri e sfamare una decina di mendicanti. S. Luigi IX (+1270), re di Francia, li onorò di una sua visita, tanto apprezzava la loro santità di vita. Non è improbabile che abbiano seguito pure le lezioni che nell'università tenne nel 1245 S. Alberto Magno (+1280), maestro di S. Tommaso di Aquino (+1274).
Tommaso di Chanteloup quando Innocenzo IV radunò a Lione, nel 1245, il XIII concilio ecumenico per scomunicare e deporre l'imperatore Federico II (+1250), vi si recò per incontrarsi con degli amici.
In seguito alle raccomandazioni di qualche vescovo o teologo che conosceva l'inclinazione di lui alla vita ecclesiastica, ottenne di essere promosso alla dignità di cappellano del papa. Per rendersi più utile alla chiesa e alla patria, il santo andò a perfezionarsi nel diritto civile ad Orléans, e poi in quello canonico a Parigi. Poté così insegnarlo all'università di Oxford, riconosciuta nel 1214 da Giovanni Senzaterra, di cui divenne nel 1262 cancelliere.
Il re Enrico III, debole e vile, in quel tempo era in lotta con i baroni, guidati da Simone di Montfort, conte di Leicester, i quali erano riusciti a porre il sovrano sotto il controllo di un comitato baronale con le Provvisioni di Oxford (1258). Dopo alcuni anni di confusione, il monarca riuscì a farle annullare ad Amiens (1264) con l'arbitrato di S. Ludovico IX. Enrico III aveva mandato a rappresentarlo Tommaso di Chanteloup. Allora Simone di Montfort riprese, indispettito, le armi contro il re e in una vittoria lo fece prigioniero con il figlio maggiore, Edoardo. Fu creato un nuovo consiglio del piccolo gruppo dei baroni che sostenevano Montfort ; questi convocò rappresentanti di tutte le classi al parlamento nel gennaio 1265 e fu così costituita la prima assemblea. La nobiltà vittoriosa nominò Tommaso cancelliere d'Inghilterra. Edoardo, però, essendo riuscito a fuggire, raccolse un esercito e sconfisse e uccise il Montfort ad Everham il 4-
Nel 1272 il santo ritornò a insegnare ad Oxford senza trascurare i suoi studi. Conseguì difatti il dottorato in teologia nella chiesa dei Domenicani.
In quella occasione il suo antico maestro e confessore, Roberto Kilwardby, diventato arcivescovo di Canterbury, volle tesserne l'elogio. L'uditorio rimase edificato al sentire dalla sua bocca che il suo discepolo aveva conservata intatta l'innocenza battesimale. Nel 1274 Tommaso fu invitato da Gregorio X a prendere parte a Lione al concilio ecumenico XIV, convocato per studiare la riforma della Chiesa, i soccorsi alla Terra Santa e l'unione della chiesa greca con la latina. Durante i lavori morì S. Bonaventura. Tommaso seppe circondarsi di molta stima se ancora una volta fu nominato cappellano del papa.
Quando ritornò ad Oxford riprese il posto di cancelliere dell'università. Nella sua persona egli cumulava pure diversi altri benefìci con cura d'anime e percepiva delle entrate considerevoli. Anziché ammassare tesori per sé o per i suoi parenti, egli se ne serviva per la conservazione degli edifici di cui aveva la sorveglianza, le elemosine ai bisognosi e l'ospitalità ai pellegrini. Visitava sovente le parrocchie, le difendeva con fermezza dalle bramosie dei cattivi, esercitava in esse il sacro ministero con zelo e, quando era assente, si preoccupava perché gli ecclesiastici che lo sostituivano non trascurassero i poveri e i malati. In tale maniera la sua bontà irraggiava su tutte le miserie esistenti attorno ad Oxford.
Nel 1275 Tommaso fu eletto vescovo di Hereford, capitale della contea omonima, confinante con la regione del Galles. Fu consacrato a Canterbury con l'assistenza dei prelati di Londra e di Rochester. Le relazioni familiari avevano procurato al santo, verso la parte meridionale della suddetta regione, numerosi beni, ma egli se ne servì per moltiplicare le opere di misericordia a favore dei poveri, che chiamava suoi fratelli. Tommaso godeva perciò di molta considerazione presso la corte. Edoardo I (+1307) lo elesse difatti membro del suo consiglio privato ed egli, per le sue capacità, divenne una delle principali personalità delle assemblee ufficiali.
Ciò nonostante non cessò di raddoppiare il suo sforzo per diventare ogni giorno di più un pastore secondo il cuore di Dio, fare regnare l'ordine nella sua chiesa, farne rispettare i diritti. Un sommo disprezzo del mondo gli faceva trovare le delizie in una continua unione con Dio mediante la preghiera, la meditazione e lo studio. Mortificava la sua carne con le veglie, i digiuni e altre austerità. Portò il cilicio fino alla morte benché fosse di costituzione malaticcia e andasse soggetto a frequenti coliche. Sua sorella, Lady Tregoz, un giorno avrebbe voluto buttargli le braccia al collo, ma egli le permise soltanto di baciargli la mano. Non stupisce, quindi, che egli. bello di viso, di capelli rossi, apparisse a tutti angelico nell'atteggiamento.
Non c'era pericolo che Tommaso si lasciasse sfuggire un moto di collera tanto era padrone di sé. Guadagnava i suoi nemici con la pazienza. La più piccola maldicenza lo faceva inorridire. Soltanto con gli ebrei fu severo, e si adoperò perché fossero esiliati o sorvegliati dal re a motivo delle loro usure ed esosità.
Tommaso, grande vescovo e signore, dallo spirito guerriero di un barone e dall'umore processuale di un avvocato, nel 1278 ebbe ragione di un potente conte. Nel 1279 ebbe dei contrasti con il nuovo arcivescovo di Canterbury, Giovanni de Pecham, francescano (+1292), geloso assertore dei diritti della sua chiesa primaziale. Per evitare l'interdetto, Tommaso si rifugiò in Normandia e non poté ritornare nella propria sede se non nel 1282, dopo che si era appellato a Roma e aveva appoggiato le sue richieste con donativi. Il duello tra il primate d'Inghilterra e il suo suffraganeo riprese serrato. Essendo stato scomunicato, Tommaso partì per l'Italia.
Fu ben ricevuto alla corte di Martino IV in Orvieto. Giuridicamente il suo caso risultava dubbio. Ritornò quindi in Inghilterra, ma a Montefiascone (Viterbo) il caldo e le infermità lo costrinsero a mettersi a letto.
Morì, assolto dalla scomunica, il 25-
Provvisoriamente Tommaso di Chanteloup fu seppellito nella chiesa del monastero di San Severo, poi fu portato nella cattedrale di Hereford. L'arcivescovo di Canterbury non ebbe riguardi per il defunto, ma il clero e il popolo di Hereford furono per il loro vescovo defunto. Lo si costatò bene quando fu eletto per succedergli il suo devoto amico, Richard de Swinfield, il quale fece proprio lo stemma di Tommaso, come tutti gli altri vescovi della diocesi.
Il conte di Cornovaglia, Edmondo, figlio di Riccardo, re dei Romani, secondogenito di Giovanni Senzaterra, per la grande ammirazione che nutriva per il santo, fece riporre il capo di lui in un ricco reliquiario e conservare nel monastero da lui fondato ad Ashridge nel Buckinghamshire. Nel 1287 le reliquie di Tommaso furono solennemente traslate e riposte in un mausoleo marmoreo della cattedrale alla presenza del re Edoardo III. Per i miracoli che sulla sua tomba si verificarono Giovanni XXII lo canonizzò nel 1317. (Autore: Guido Pettinati -